Nata da un’intuizione del 2001 e prodotta nella Crystal Valley ceca, la chiusura in vetro Vinolok sbarca in Italia con la prima filiale estera. Il general manager Filippo Peroni racconta neutralità, micro-ossigenazione, design e sostenibilità di un tappo da vino (e non solo) fatto per restare
di M.L. Andreis
L’ultimo custode del lavoro in cantina. Nel processo di produzione di un vino, arriva il momento in cui tutto ciò che è stato fatto in vigna e in cantina viene consegnato a un oggetto di pochi grammi. Mesi di lavoro, talvolta anni, affidati a una chiusura che dovrà accompagnare la bottiglia fino alla tavola. È da questa consapevolezza che parte il racconto di Vinolok, il marchio ceco di chiusure in vetro che ha scelto di presidiare in prima persona il mercato italiano. “La chiusura è l’ultima cosa a cui viene affidato il lavoro di mesi, di anni, perché il vino arrivi sul tavolo del consumatore così come il winemaker lo intendeva”, spiega l’italianissimo Filippo Peroni. “E questo è un messaggio molto forte”.

Peroni la materia la conosce dall’interno. Formatosi all’Università di Padova, con un lungo percorso nel mondo delle chiusure per il vino che comprende anche l’esperienza in Vinventions, i tappi Vinolok li proponeva alle cantine già quindici anni fa. Oggi è general manager di Vinolok Italia, la società operativa dal 1° aprile 2026 e prima filiale internazionale del gruppo, con sede a Treviso. L’obiettivo è rafforzare la presenza diretta sul territorio e il dialogo con cantine, distillerie e operatori, in continuità con il lavoro svolto negli anni insieme ad Amorim Cork Italia, guidata da Carlos Veloso dos Santos, che ha contribuito in modo decisivo alla notorietà del marchio.
Dalla Crystal Valley, con 470 anni di mestiere
L’idea nasce nel 2001 in Germania da Karl Matheis, medico che osservò un tappo simile su una bottiglia destinata a restare sterile in ambito sanitario e pensò di trasferirlo sul vino. Il lancio sul mercato tedesco arriva nel 2003; nel 2011 la proprietà passa a Preciosa, storico gruppo vetrario ceco celebre per lampadari e cristalli, e nel 2019 la portoghese Amorim, primo produttore mondiale di tappi in sughero, rileva il 50% della società in joint venture. Sughero e vetro, due protagonisti storici del vino, finiscono così sotto lo stesso tetto.


La produzione ha sede a Jablonec nad Nisou nella Crystal Valley, nella Boemia settentrionale, regione incastonata tra i monti Jizera e Lusaziani che vanta oltre 470 anni di tradizione vetraria e la più alta concentrazione al mondo di produttori di vetro, gioielli e perline. I numeri raccontano un’azienda di taglia industriale: 135 dipendenti, quattro unità di fusione, quattro linee di stampa e 50 milioni di chiusure prodotte ogni anno, esportate in 60 Paesi attraverso 56 distributori. Dal 2011 ne sono state vendute 593 milioni. Il catalogo conta 30 forme e 22 stili di decorazione; l’80% dei volumi va al vino, il 20% ai distillati, mentre olio, aceto e bevande senza alcol rappresentano un potenziale emergente.


Neutrale per costituzione
Il primo argomento è enologico prima ancora che estetico. Il vetro è chimicamente inerte e non cede nulla al vino. “Il vetro è un materiale amorfo e la chiusura Vinolok è a contatto con il vetro per la maggior parte della sua superficie: l’o-ring ne è una parte piccolissima. È un tappo neutro, non dà cessioni e non modifica in alcun modo il vino”, sottolinea Peroni, che non rinuncia a una punta di ironia: “Lo chiamo un materiale nobile, anche se in fondo è sabbia con un po’ di prezzemolo, sale e pepe”.
L’anello di tenuta è in EVA, copolimero di etilene-vinilacetato fornito da Dow: né silicone né PVC, privo di ftalati, conforme alle norme UE sul contatto con gli alimenti e rimovibile a mano per il riciclo. Regge fino al 95% di alcol, un dettaglio decisivo sui distillati, dove il potere estrattivo è molto più elevato. Nato anche per eliminare il rischio di TCA, il cosiddetto sentore di tappo, Vinolok non entra però in polemica con il sughero. “Non voglio sminuirlo: se trovo un bel tappo in sughero me lo tengo sul tavolo, così come tengo un tappo in vetro”, precisa Peroni.

Un milligrammo e due decimi di futuro
Il cuore tecnico sta nella gestione dell’ossigeno. Sigillare una bottiglia come una fiala farmaceutica non è la soluzione: “Un piccolo apporto di ossigeno è necessario per portare a compimento la longevità di un vino senza incorrere in problemi di riduzione. Il nostro tappo evita interazioni ma mantiene una micro-ossigenazione dichiarata e certificata di 1,2 milligrammi all’anno”, spiega il manager. Un dato che diventa uno strumento di lavoro per l’enologo. “Tradotto, significa circa tre milligrammi di solforosa in meno ogni anno. Grazie a questo numero l’enologo può prevedere la shelf life del proprio vino e prepararlo per un passaggio di ossigeno che conosce”.
Ne discendono altri vantaggi. Il primo riguarda i solfiti: “Se riduciamo il passaggio di ossigeno, il winemaker può abbassare, in alcuni casi drasticamente, la solforosa libera, perché non ha più bisogno di aggiungerne per sicurezza”. Il secondo è la costanza: “Possiamo garantire che tutta la produzione sarà uguale, senza deviazioni e senza sorprese, né positive né negative”. Il terzo tocca i vini naturali e le bevande dealcolate: “L’alcol è uno sterilizzatore. In sua assenza, un materiale su cui la carica microbiologica non può attecchire diventa un’ottima garanzia”.

La prova del tempo arriva dalla ricerca. “Nelle prove condotte con l’Università di Udine su un Pinot grigio e un Pinot nero, a tre anni Vinolok sta uscendo tra le chiusure migliori, paragonabile a un tappo a vite con sottotappo in stagno. Un sughero che funziona bene probabilmente lo supera, ma oggi Vinolok si comporta come le migliori chiusure ed è adatto anche ai vini importanti e di annata”. Lo conferma Hans-Josef Becker, titolare della tedesca J.B. Becker, che lo usa dal 2003 per i vini destinati a un lungo invecchiamento.
Il clic che parla (e dovrebbe farlo di più e meglio) ai nuovi consumatori
Il secondo fronte è quello dell’uso quotidiano. Basta un dito per aprire e richiudere, e la bottiglia si può coricare senza perdite. “Il nuovo consumatore non segue più la cerimonia dell’apertura, il plop del cavatappi. Vuole aprire facilmente e richiudere. Per me questa è l’evoluzione moderna, ed elegante, del tappo a vite”, osserva Peroni, che rivolge una critica al comparto: “Il mondo del vino non sta investendo abbastanza nel comunicare i propri valori ai nuovi consumatori”.
In Italia il vetro vale ancora una quota stimata tra il 2 e il 3% delle chiusure, con Francia e Italia come mercati principali del marchio. La partita si gioca sullo scaffale, dove secondo Peroni il consumatore decide prima con il portafoglio e poi con ciò che la bottiglia gli trasmette. “Se il vino è piaciuto e il tappo funziona, è bello e non lo butto via, lo metto nel cassetto per richiudere un’altra bottiglia. Sono tutte cose che servono a fidelizzare un cliente”. Eppure il momento difficile del vino gioca a favore dell’innovazione. “Nonostante un mercato in crisi, Vinolok nel 2026 sta crescendo rispetto al 2025. Le cantine che lanciano una nuova linea pensano prima di tutto al packaging e prendono seriamente in considerazione una chiusura alternativa”.

Il tappo come biglietto da visita
Secondo l’azienda, il 65% dei consumatori sceglie una bottiglia perché attratto dal suo aspetto, e Vinolok ne fa una leva con oltre 700 chiusure personalizzabili. Le collezioni vanno dalla Classic alla Edge, dalla Duet, che abbina vetro e legno e ha ricevuto l’iF Design Award 2026, alla Premium, fino ai progetti su misura Ego, come quelli per il Lighthouse Gin neozelandese e per il cognac Exsto. Una nuova collezione debutterà a ottobre al Bar Convent Berlin. Stampa superiore e laterale, laser, rilievi, adesivi metallici, anelli colorati e rivestimenti interni completano la tavolozza. La missione dichiarata è duplice: portare l’imballaggio oltre la mera funzionalità e rafforzare l’identità del marchio con una chiusura performante ed elegante, capace di aumentarne il valore percepito sugli scaffali.

“Dico sempre ai miei clienti: non mettete un tappo anonimo, metteteci il vostro nome, un disegno, un logo. Quel tappo diventa uno strumento di comunicazione anche dopo che la bottiglia è stata aperta”, afferma Peroni. Il dialogo con i designer passa da progetti come Make a Mark, con Avery Dennison, Estal e Leonhard Kurz, e Ginnasium, primo caso di studio di neuromarketing applicato al design del gin, realizzato con cinque agenzie del Sud Italia e partner come Vetroelite e Luxoro. Tra i testimonial della campagna The Clear Choice figurano Bodegas Habla in Spagna e Château Puech-Haut in Francia.
In linea senza stravolgere… la linea
Il sistema comprende capsula antimanomissione, tappo in vetro e anello di tenuta, ed è disponibile per bottiglie dedicate e con finitura standard CETIE. Si adatta a impianti manuali, semiautomatici e automatici. “L’applicazione è un punto chiave, perché è una chiusura non convenzionale. Prima di appoggiare il tappo risaturiamo lo spazio di testa con azoto o CO2, poi sfruttiamo il monoblocco della linea per farlo scattare: la bottiglia esce ed è pronta per la capsula”, racconta Peroni. Per accompagnare i nuovi clienti, la filiale italiana dispone di tre macchinari da affiancare alla linea, che occupano pochissimo spazio.



Sabbia, elettricità e seconda vita
La sostenibilità completa il quadro. Oltre il 70% delle materie prime arriva da un raggio di 40 km dallo stabilimento e il 93% delle risorse è ceco. La fusione elettrica è tre volte più efficiente di quella a gas, dal 2025 l’energia elettrica è interamente rinnovabile, il 99% degli scarti interni torna in produzione e l’obiettivo è dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2026. Le chiusure Clear hanno ottenuto la certificazione CIRCPACK Ready to Recycle di Veolia in classe A, in linea con il regolamento europeo PPWR, e viaggiano in vassoi di PET riciclato al 70%.
Poi c’è l’upcycling spontaneo. “Una bella bottiglia con una bella chiusura nessuno la butta via: la si tiene in casa per l’acqua, per il limoncello, per la grappa”, conclude Peroni. Un tappo che si conserva nel cassetto per richiudere la bottiglia successiva è, in fondo, anche un modo per farsi ricordare, e ricomprare.






Foto della sede di Jablonec nad Nisou e dello show room di Praga di Preciosa
Highlights
Vinolok Italia è operativa dal 1° aprile 2026: è la prima filiale internazionale del gruppo ceco di chiusure in vetro ed è guidata dal general manager Filippo Peroni.
L’idea della chiusura in vetro nasce nel 2001 dal medico tedesco Karl Matheis; oggi l’azienda è una joint venture paritetica tra il gruppo ceco Preciosa e Amorim.
Lo stabilimento nella Crystal Valley boema produce 50 milioni di chiusure l’anno, esportate in 60 Paesi; dal 2011 ne sono state vendute complessivamente 593 milioni.
Il vetro è un materiale inerte e neutro: la chiusura non cede sostanze al vino, non è attaccabile da muffe e annulla il rischio di contaminazione da TCA, il sentore di tappo.
Il passaggio di ossigeno certificato di 1,2 mg l’anno consente all’enologo di prevedere la shelf life del vino e di calibrare con precisione chirurgica la solforosa.
Prove con l’Università di Udine su Pinot grigio e Pinot nero collocano Vinolok, a tre anni, tra le chiusure migliori, accanto al tappo a vite con sottotappo in stagno.
Apertura e richiusura con un dito intercettano i nuovi consumatori, meno legati alla cerimonia del cavatappi e più attenti alla praticità d’uso di ogni giorno.
Oltre 700 chiusure personalizzabili, cinque collezioni e una novità in arrivo a ottobre al Bar Convent Berlin fanno del tappo un vero strumento di marketing.
L’applicazione in linea prevede la risaturazione dello spazio di testa con azoto o CO2 e sfrutta il monoblocco esistente, con tre macchine di supporto.
Fusione elettrica tre volte più efficiente, energia rinnovabile al 100% dal 2025 e 99% degli scarti riciclati sostengono l’impegno ambientale concreto del marchio.




