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A Mezzane di Sotto la fondatrice di Corte Sant’Alda celebra quattro decenni di vigna con un Amarone 2015 in edizione limitata, il libro “Radici Scoperte” di Fabio Piccoli e una festa che ha per protagonisti i ragazzi del Mangiabottoni. Gran finale con una verticale d’autore

di Massimo L. Andreis

“L’obiettivo della mia vita non è il vino, il vino è la mia vita: voglio godermi la bellezza di tutto quello che ho. Basta pensare sempre ai soldi: voglio fare le cose che mi piacciono e, se non avrò più soldi, venderò un ettaro di terra”. Chi cercasse una sintesi di Marinella Camerani, quarant’anni di vendemmie sulle spalle e lo sguardo ancora rivolto in avanti, la trova tutta in questa dichiarazione d’intenti, pronunciata con la schiettezza di chi non ha mai imparato – né voluto imparare – l’arte del compromesso. La vignaiola di Mezzane di Sotto, anima di Corte Sant’Alda, ha celebrato così il suo quarantesimo anniversario in Valpolicella: con una festa fuori dagli schemi, un libro che ne ripercorre la vicenda umana e imprenditoriale e un’edizione limitata di Amarone della Valpolicella DOCG 2015 destinata a fissare nel vetro la memoria di un percorso irripetibile.

Dalle batterie per auto ai filari di Mezzane

La storia comincia nei primi anni Ottanta, quando una giovane donna lascia Verona e il controllo di gestione dell’azienda di famiglia per salire sulle colline che guardano la valle d’Illasi. “Venni qua e non sapevo nulla di viticoltura”, racconta, “arrivavo dalla città, lavoravo nell’impresa di famiglia: facevamo batterie per le automobili e io mi occupavo del controllo gestionale”. Le ambizioni di Marinella, prendere le redini della fabbrica, si scontrano con la scelta paterna di affidare la continuità al figlio maschio. È la svolta: poco più che ventenne, decide di dedicarsi anima e cuore ai quattro ettari di vigneto acquistati da poco dai genitori a Mezzane di Sotto. Sembra un’avventura velleitaria: unica donna in un ambiente interamente maschile, con difficoltà quotidiane perfino per comprare un trattore. Invece ha ragione lei, perché le idee le ha chiare fin da subito. “Sapevo già di voler fare un prodotto artigianale e, se hai l’uva buona, il vino non può che essere altrettanto buono. Iniziai a leggere, studiare, conoscere altre cantine. All’inizio l’unico mio cliente era mio padre, che comprava le bottiglie per regalarle ai suoi clienti. Poi, piano piano, arrivarono i primi contatti commerciali”. Da lì l’ascesa è rapida come il passaparola: la voce che i rossi della giovane vignaiola ribelle rasentano l’eccellenza si sparge in fretta, e annate come la 1988, la 1995 e la 2003 diventano pietre miliari nelle degustazioni professionali. Oggi l’Azienda Agricola Camerani conta 20 ettari condotti in agricoltura biologica e biodinamica certificata, tre anime – Corte Sant’Alda, Adalia e Podere Castagnè – e 140mila bottiglie l’anno. Alla guida, accanto a Marinella, il compagno Cesar, di origine peruviana, e la figlia. “Qua usiamo solo zolfo e rame, nient’altro. E lo facciamo da sempre: per noi non è una moda, ma una consuetudine radicata da decenni”. Una coerenza premiata dal Gambero Rosso, che l’ha voluta Vignaiola dell’anno nel 2009 e nel 2024: unica volta in cui gli esperti della guida hanno assegnato due volte il riconoscimento alla stessa persona.

Una luce, dopo il buio

Come ogni traguardo autentico, anche questo arriva dopo una salita. “Dovevo organizzare l’evento in un momento in cui mi sentivo abbandonata dai social, dai giornalisti, dal consorzio: un momento molto buio. Però la mia festa la volevo organizzare comunque“, confessa Marinella, senza nascondere la crisi attraversata: “Mi chiedevo se avessi sbagliato a essere così diretta. Ma io sono così, non per forza: semplicemente sono così. Comunque è passato, sta passando, e oggi stiamo molto bene“. Non è mancata la stoccata al sistema, con il piglio della coscienza critica che da sempre la contraddistingue: “Comandano sempre i soliti, le cantine sociali fanno il bello e il cattivo tempo, con il risultato che l’Amarone si vende a cinque euro al litro e il Valpolicella non arriva a due”. Parole che pesano come pietre in una denominazione che Marinella ama visceralmente e di cui è stata, per quattro decenni, la voce fuori dal coro: mettendoci sempre la faccia, guadagnandosi qualche nemico e moltissimi estimatori, che le riconoscono un’onestà intellettuale rara. Perché per lei, come ama ripetere, il vino è prima di tutto relazione: “Vendere vino non significa solo un’azione commerciale, ma intessere rapporti con le persone, parlarsi, confidarsi e mantenere nel tempo condivisione e amicizia”.

I ragazzi del Mangiabottoni, un vino che sale al cielo

Un pezzo fondamentale della festa, oltre ai vini, sono state le persone. Al servizio e in cucina, infatti, c’erano i ragazzi con disabilità del Mangiabottoni, il progetto della Cooperativa Sociale L’Officina dell’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici) che a Verona gestisce un’osteria con una trentina di ragazzi in sala e un ostello con tredici camere. “Questo è un progetto iniziato due o tre anni fa, perché avevo bisogno di fare cose diverse”, spiega Marinella, che ha anche una nipotina disabile. “Sono entrata in questo mondo ed è un mondo bellissimo, perché loro sono tutti belli: puri, sinceri, diretti. Mi assomigliano. Questi ragazzi non hanno filtri né sovrastrutture, sono senza secondi fini… un po’ come me”. A Podere Castagnè, mezzo ettaro di vigneto a 600 metri di quota è stato affidato proprio a loro: dalla potatura verde alla vendemmia fino al lavoro in cantina, ne nasce Il Mangiabottoni Valpolicella DOC, etichetta i cui proventi tornano alla cooperativa. “È un vigneto alto e fresco, che esprime il massimo della libertà, ed è stato dedicato ai ragazzi perché li rappresenta nella maniera migliore: un vino che va oltre il vino, che si avvicina al cielo”. E dal prossimo anno, annuncia la vignaiola, “insieme faremo anche l’olio”. A guidare il gruppo c’è Massimiliano, che ha coordinato il servizio della serata: “Per capire i ragazzi dovete viverli, perché raccontarli è impossibile: sono una bomba di emozioni. Ci sono valori che sono stati persi nel tempo e lì li ritrovate tutti. Per noi veronesi Corte Sant’Alda è sempre stata un punto di riferimento: Marinella o si ama o si odia, e io la amo”. Con lui la chef Sabina e la coordinatrice Claudia, cuore organizzativo del gruppo: “Siamo una bella squadra. Oltre al ristorante abbiamo l’ostello, dove i ragazzi si sperimentano in varie tipologie di lavoro: dal riassetto delle camere alla reception, fino alla cucina”.

“Radici Scoperte”, il libro di una guerriera della vigna

L’anniversario ha ispirato anche “Radici Scoperte”, il volume che Fabio Piccoli, giornalista, direttore di Wine Meridian e osservatore di lungo corso del mondo vitivinicolo, ha dedicato all’amica di sempre. “Forse l’unica cosa che so fare bene, e che mi piace, è scrivere: così abbiamo deciso di dare vita a un libro che raccontasse Marinella e le sue esperienze, prima di tutto umane, poi enologiche”, spiega l’autore, che nell’introduzione scolpisce il senso dell’omaggio: “Marinella rappresenta una delle espressioni più autentiche del rapporto tra uomo, territorio e vino. La sua storia è fatta di scelte coraggiose, di coerenza e di una straordinaria capacità di anticipare temi che oggi sono centrali per il settore”. In quattordici capitoli e quarantadue pagine, il racconto procede con la stessa vivida sincerità della protagonista, a partire da un gesto quotidiano che vale un manifesto: aprire ogni mattina la finestra per capire che tempo fa, come il contadino che affida la propria vita a madre natura. Perché, ricorda il libro, “chi semina utopia raccoglie realtà”. Il volume è in vendita sul sito winemeridian.com a 15 euro, mentre l’Amarone 2015 celebrativo – annata simbolica, che racchiude l’essenza di decenni di lavoro – diventa la testimonianza liquida di questa storia.

La verticale, nove annate per raccontare quarant’anni

Il congedo non poteva che avvenire davanti al calice, con una verticale di nove annate di Amarone, dalla 1988 alla 2017: non un esercizio di stile per cacciatori di descrittori, ma un viaggio dentro etichette che custodiscono storie di persone, territori e annate difficili. La 1988, prima vendemmia firmata da Marinella, sorprende: il granato e il naso raccontano gli anni trascorsi, ma il palato non concede stanchezza, tra freschezza, persistenza e accenni di torrefazione. La 1993 convince per struttura morbida e rotonda, la 1995 gioca su frutta e macchia mediterranea con profilo sottile, la 2001 è una grande bottiglia equilibrata tra tostature e frutto. La 2003, figlia di un’annata torrida, lascia emergere la nota alcolica da una complessiva morbidezza elegante; la 2012 incanta per il tannino elegantissimo, la 2015 – quella dell’edizione celebrativa – mostra note scure, vivace freschezza e giovanile persistenza. Chiude la 2017, rubino luminoso dalle spezie dolci, un Amarone giocato in sottrazione più che in volume. Come la sua autrice: essenziale, diretta, inconfondibile.

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