Da Wenzhou a Milano, il paniere di format di Jay Lin continua ad allargarsi: al ramen, ai gyoza e al sushi burrito si aggiungono la giungla pop di Raito Fantastic Fusion, che spegne due candeline in Brera, e la cucina cinese contemporanea di Dragon Kitchen
di MLA
Dalle strade di Wenzhou ai vicoli di Milano: si potrebbe sintetizzare così il viaggio di Jay Lin, che ha portato con sé l’eredità culinaria dell’ex Celeste Impero e dell’Asia più in generale, facendola incontrare con l’innovazione italiana. Un viaggio personale, professionale e gastronomico allo stesso tempo, cominciato nel 2003, quando Lin arrivò in Italia come giovane immigrato. Ventitre anni dopo, grazie anche al supporto di soci italiani e cinesi, vecchi e nuovi, l’imprenditore è a capo di un piccolo impero che continua a moltiplicare insegne e coperti. Un bel traguardo per chi era partito dall’apprendistato dietro al bancone sushi del padre, una gavetta diventata pietra angolare di una visione capace di trasformare la fatica in fascino e passione.

Come la Grande Muraglia, che si snoda attraverso paesaggi diversi mantenendo intatta la propria essenza, Lin ha saputo adattare la cucina asiatica ai gusti italiani senza mai tradirne l’autenticità. La sua crescita professionale rispecchia l’evoluzione di un intero settore, che ha visto la gastronomia orientale passare da nicchia esotica a fenomeno di massa, capace oggi di garantire opportunità di lavoro a quasi 200 persone in un network che non smette di espandersi.
Un paniere di insegne, un solo linguaggio: orientale
Dietro l’etichetta di piccolo impero si nasconde in realtà un mosaico di identità ben distinte, ciascuna a presidiare una nicchia precisa con una coerenza quasi architettonica. Kanji, il più maturo dei format, ha fatto dell’all-you-can-eat una formula quasi filosofica, capace di intercettare il pubblico italiano fin dagli anni in cui il sushi era ancora una scoperta. Ramen Shifu ha portato il piatto simbolo della tradizione nipponica nelle strade europee, Fusho risponde ai ritmi metropolitani con sushi burrito e poké bowl, mentre La Gyozeria celebra lo street food asiatico in un ambiente dal gusto underground. A completare il quadro, i due tasselli più recenti: la giungla pop di Raito Fantastic Fusion e la cucina cinese contemporanea di Dragon Kitchen, ultimi cerchi che si allargano su una superficie d’acqua in continuo movimento.

La giungla urbana di Raito compie due anni
Nel cuore di Brera, in via San Marco, Raito Fantastic Fusion ha da poco spento le sue prime due candeline. Non un semplice ristorante, ma una vera giungla di luci e colori: un loft urbano dove gli alti steli di papavero dialogano con decori vegetali, pareti rosa e floreali illuminate da neon instagrammabili e tocchi animalier, fino alla raccolta sala tatami che avvolge l’ospite in un angolo fiorito. Un immaginario a metà tra Alice nel Paese delle Meraviglie e la pop art.
Dietro i banconi, sushiman con oltre vent’anni di esperienza maturata negli storici ristoranti Kanji di Milano, affiancati dalla consulenza di chef italiani per calibrare la giusta combinazione di sapori. Il menù all-you-can-eat spazia dai grandi classici, dal sushi alle tartare, dagli spaghetti di riso ai bao, fino ai roll che sposano Oriente e Mediterraneo: salmone croccante e guacamole, tempura di gambero, tonno scottato insaporito da burrata e crema di tartufo. Ma è soprattutto la ricca sezione veg a fare la differenza, con lo Spring Pistacchio ad avocado e burrata, i nigiri con maionese vegana e il curioso Gunkan Berry, riso avvolto nel cetriolo con tartare di mango, avocado, fragole e salsa yuzu: una proposta che mette d’accordo vegani e onnivori senza relegare i primi alle solite due alternative.
Dragon Kitchen, la Cina contemporanea a Porta Vittoria
L’ultimo capitolo della galassia porta la firma di Dragon Kitchen, format di cucina cinese contemporanea nato in Spagna, dove conta già una dozzina di punti vendita, e affinato attraverso numerose aperture europee prima di scegliere Milano per il proprio debutto italiano, in via Carlo Foldi, nel quartiere di Porta Vittoria. Come un fiume che trova naturalmente il mare, il brand ha raggiunto la capitale del gusto con la pazienza e la precisione di un maestro wok.
Milano non è una città che si lascia stupire facilmente, ma Dragon Kitchen non è arrivato con l’arroganza di chi vuole sorprendere a tutti i costi, bensì con la silenziosa sicurezza di chi ha qualcosa di autentico da offrire: una cucina che attraversa le vastissime regioni della Cina, rielaborata in chiave contemporanea senza tradirne l’anima. Il posizionamento è netto, più curato del cinese di quartiere, più accessibile dell’alta cucina orientale, con un business lunch che parte da meno di 13 euro e piatti-spettacolo come il Kubak, riso croccante con frutti di mare rifinito al tavolo con fiamma viva.
Ramen Shifu in via Filzi si rifà il look e diventa un quartiere
Nel frattempo il capostipite estetico del gruppo si è rinnovato. Il primo locale di Ramen Shifu, quello di via Filzi, inaugurato nel 2020 e da sempre punto di partenza dell’identità visiva della catena, ha completato un restyling integrale. La sala principale abbandona i toni da strada giapponese in favore di un linguaggio più contemporaneo: un gran numero di insegne e lightbox sospesi trasforma l’ambiente in un vero e proprio quartiere cittadino, mentre due nuove pareti di ema, le tradizionali tavolette votive in legno, scaldano lo spazio, sormontate a sorpresa da una grande piovra tridimensionale che gioca sul contrasto tra artigianalità e pop. Un intervento insieme più energico e più maturo, che celebra la crescita di un format capace di contare oggi 14 punti vendita in Italia, sempre fedele al brodo Hakata cotto per 6-9 ore e alla Spicy Challenge che sfida gli avventori più temerari.



La Gyozeria riscopre l’izakaya con lo chef Onishi Shu
Anche La Gyozeria rinnova il proprio racconto, rafforzando il legame con la cultura nipponica: la sede di via Tenca, aperta anche nel cuore di agosto a differenza del locale di viale Monza, ha accolto in cucina lo chef Onishi Shu, arrivato da Tokyo per firmare una nuova sezione di piatti ispirati all’izakaya, il tipico locale pubblico giapponese a metà tra il pub occidentale e la taverna. Tra le novità, tutte preparate a mano e servite al momento, spiccano il tonpeiyaki con pancetta, l’udon mantecato al burro con bottarga di muggine e le age-tsukune, polpette di pollo fatte in casa, accanto a proposte più fresche come l’insalata di avocado al wasabi e il salmone scottato con mozzarella e uova di salmone. Un’operazione che non rinnega il passato: i piatti storici restano in carta, ma la Gyozeria si apre a un Giappone più vero e più attuale.



L’estate ha il sapore (anche) del curry
Con l’arrivo della bella stagione, anche Ramen Shifu ha aggiornato il proprio menu puntando su un classico spesso sottovalutato: il karē raisu, il riso al curry che in Giappone, nonostante origini indiane, è tra i piatti nazionali più amati. Sei le varianti proposte, dal Chicken Katsu Curry con pollo fritto al Duck Curry con anatra e salsa hoisin, dal Beef Curry al Tonkatsu Curry con cotoletta di maiale, fino all’Ebi Curry con gamberi in tempura. Due le opzioni per chi cerca qualcosa di diverso: lo Spicy Tan Tan Curry, piccante e a base di ragù di maiale, e il Veggy Crispy Chik’n Swings, con proteina vegetale fritta e maionese vegana. I piatti principali costano 12 euro, le versioni spicy e veggy 10.




Un ecosistema che cresce, come un origami
Dietro l’espansione costante del gruppo c’è una strategia più ponderata di quanto il ritmo delle aperture lasci intuire. Lin predilige una crescita organica basata sul capitale umano, sostenuta dalla standardizzazione dei processi e da un uso sempre più esteso dell’intelligenza artificiale, dall’analisi dei dati fino alla generazione di alcuni motivi grafici dei locali. Ogni nuova insegna, in fondo, è un ponte tra Oriente e Occidente che non appiattisce le differenze, ma le trasforma in occasioni di scoperta e di piacere: un piccolo impero che continua a espandersi con la precisione geometrica di un origami perfetto.








