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A due passi dai grattacieli di Porta Nuova, Da Berti rinnova per l’estate 2026 la sua proposta: griglia protagonista, classici meneghini, una cantina da 800 etichette sotto le volte del 1866 e un giardino con glicine centenario. Ma la vera anima, racconta il direttore Raffaele Rosolia, sono le persone

di Massimo L. Andreis

La brace come madrelingua. Perché da Da Berti la carta è una dichiarazione d’identità prima ancora che un elenco di piatti: al centro c’è il fuoco, inteso come linguaggio. La griglia – nove metri di brace viva accanto all’ingresso – è il cuore della proposta firmata da Simone Ranucci, che attraversa geografie e razze come un atlante del gusto: dalla Marchigiana alla Fassona piemontese, dall’Angus argentino alla Fiorentina di Black Angus australiano, dalla Lombata di Rubia Gallega fino al pregiatissimo Wagyu. Accanto, la tradizione meneghina viene rispettata con precisione quasi archeologica – Risotto alla milanese e al salto, Ossobuco, Cassoeula, Costoletta – mentre il menu estivo introduce una scrittura più leggera: il Roast Beef con rucola, ravanelli all’aceto e caprino alle erbe, il Pan de Cristal con pastrami, gli Agnolotti con crema di zucchine trombetta e fiori di zucca, i Ravioli di ricotta e limone in salsa all’amatriciana.

Una stazione di posta, e un glicine centenario, tra i grattacieli

Il contesto è un cortocircuito riuscito. A pochi passi dalle torri di Porta Nuova, dove Milano corre in vetro e acciaio, questa antica stazione di posta con locanda nata a metà Ottocento cambia la frequenza della città, come una radio che passa dal traffico a un notturno. Dal 2022 l’insegna è nelle mani dei fratelli Dante e Giuseppe Di Paolo, già celebri con A’ Riccione, che dopo un anno di restauro le hanno restituito un’eleganza senza tempo. La geografia interna alterna anime diverse: le quattro sale storiche – Domus, 1866, Imperiale e Affresco, tra camino d’epoca, boiserie e volte dipinte – e la nuova dependance moderna, una veranda dalle ampie vetrate immersa nel verde, che dialoga con il patio esterno alberato, palcoscenico naturale per gli eventi. Sotto il glicine centenario del giardino, oltre cento coperti vivono l’estate come una parentesi sospesa: con più di trecentotrenta posti complessivi, non esiste a Milano un ristorante di tale portata.

Il restauro, durato quasi un anno, ha lavorato per sottrazione: non aggiungere, ma rivelare. Tonalità avvolgenti e calde boiserie all’interno, ampie vetrate e vegetazione lussureggiante nella veranda, luce morbida ovunque: un’idea di ospitalità che non rincorre la spettacolarità, ma la misura, capace di conservare l’atmosfera famigliare delle trattorie di un tempo dentro una cornice di respiro internazionale. È questa versatilità di spazi – salette riservate che mixano design e pezzi antichi, la dependance vetrata, il patio alberato – a fare del locale una delle macchine per eventi più richieste della città, in una Milano dove i metri quadrati sono spesso un lusso più raro del Wagyu.

Le tante anime di un locale storico

Ma tra le tante anime della casa – la brace, la cantina, le sale antiche, la dependance contemporanea – quella più autentica non si vede in fotografia. La indica senza esitazioni Raffaele Rosolia, direttore del ristorante: “Il valore aggiunto, oltre alla location e al fatto che si mangia bene, sono le persone: la risorsa siamo noi, con l’umanità che dimostriamo verso il cliente. Qui dentro trattiamo tutti alla stessa maniera: quando si varca la soglia non c’è più il politico o il personaggio famoso”. Nemmeno quando il personaggio famoso emoziona: “L’altra sera è venuto a mangiare lo chef Locatelli e mi sono emozionato: per me è come per un tifoso vedere Cristiano Ronaldo. Ma i ragazzi erano su tutti i tavoli allo stesso modo, con la stessa cura per ognuno”.

Dietro il sorriso della squadra c’è una filosofia gestionale precisa, quasi controcorrente: “Oggi il padre padrone non serve più: cerchiamo di creare un posto di lavoro piacevole e di dare stimoli ai ragazzi, perché quando si lavora tanto trovarli è difficile. Conosco locali famosi rimasti senza personale, a rischio chiusura, per l’atteggiamento arrogante verso chi lavora”, osserva Rosolia, che riserva l’elogio più sentito alla proprietà: “La cosa bella che abbiamo da Berti sono i proprietari: di proprietari ne ho visti tanti, e vi posso dire che qui sono belle persone. Se loro mi trasmettono tranquillità, io trasmetto tranquillità”. Un clima che regge numeri da grande macchina: mediamente 400 coperti al giorno, con punte di 500-600 in piena stagione, e un fitto calendario di eventi per una clientela medio-alta, molta della quale arriva a pranzo dalla vicina Regione Lombardia.

Ottocento etichette sotto le volte antiche

Scendendo tra le possenti mura sotterranee si entra nel caveau enologico della casa: una cantina in mattoni a vista, con volte a botte originali del 1866, che custodisce oltre 800 etichette da tutta Italia e dal mondo. “Su una base storica d’eccezione, c’è ricerca e c’è cambiamento continuo, per non standardizzare la carta: puntiamo a prediligere anche i piccoli produttori, oltre alle grandi maison”, spiega il sommelier della casa, che dopo la frenata seguita al nuovo codice della strada registra un pronto recupero dei consumi. Qui si organizzano degustazioni per gruppi e “cene con pairing costruito sul piatto che il cliente preferisce”: un fiore all’occhiello raro nel panorama milanese.

Il pranzo degustazione: l’abbondanza in tavola

La nostra prova à la carte conferma la solidità del progetto. In apertura, gli Arrosticini abruzzesi portano in tavola la forza della tradizione pastorale, mentre i Mondeghili con salsa verde omaggiano la Milano più autentica: polpette morbide alleggerite dalla freschezza erbacea della salsa, con il riso saltato e la giardiniera a pulire il palato. Il Tagliere di “Berti” è un piccolo spettacolo di grassi nobili – Culatello di Zibello, Mariola di salame, speck, coppa, pancetta cotta e lardo di Patanegra – riequilibrato dalla verticalità della giardiniera.

Tra i primi, i Ravioli di ricotta e limone all’amatriciana mettono in dialogo la delicatezza agrumata del ripieno e la profondità sapida della salsa: a nostro avviso un must del locale. I Tagliolini con crema di zucchine trombetta, fiori di zucca, culatello croccante e ricotta salata alternano dolcezza e sapidità con precisione quasi architettonica. Il Filetto alla brace con patate novelle è la sintesi del menu: cottura diretta, materia prima protagonista, succosità piena – la carne resta il punto di forza della casa. Chiusura tra il comfort del tiramisù classico e la vivacità di un piatto di frutta di stagione, come un congedo ben scritto. Il servizio, impeccabile e sorridente, è la controprova delle parole di Rosolia: qui il benessere di chi lavora si assaggia nel piatto. Abbondante, ovviamente.

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