Skip to main content
Ally’s Bar sopra i tetti di Monte Napoleone, il debutto pieds dans l’eau a Porto Cervo, la prima Langosteria londinese al The OWO: Buonocore Hospitality Group punta a 190 milioni di fatturato entro il 2030 e intanto guarda a Madrid e alle due coste degli States

di MLA

Spesso le imprese di successo nascono da un business plan studiato nel dettaglio, a volte da un’intuizione… servita al momento giusto. Langosteria appartiene (più) alla seconda categoria (ma non trascura ovviamente la prima): era il 2007 quando Enrico Buonocore, allora trentunenne, apriva in via Savona a Milano la “casa madre” di quella che lui stesso ama definire “la visione Langosteria”. Una cucina contemporanea costruita sui migliori ingredienti di mare del mondo, un servizio che scorre come una coreografia, un’ospitalità che fa sentire a casa anche al settimo piano di un palazzo parigino. Da quel primo indirizzo sono arrivati il Bistrot nel 2012, il temporary bar al Superstudio durante Expo 2015, il Cafè a due passi dal Duomo nel 2016, poi la scommessa vinta di Paraggi nel 2017 – su un lungomare dove, ricorda il fondatore, prima non c’era nulla – lo chalet d’alta quota di St. Moritz e il debutto internazionale a Parigi, al settimo piano del Cheval Blanc voluto da Bernard Arnault, dove l’insegna ha superato i 15 milioni di euro di ricavi. Un percorso che ha ridefinito il fine dining di mare senza inseguire le stelle, ma il ritmo.

Da insegna a maison: nasce Buonocore Hospitality Group

La primavera 2026 ha segnato un ulteriore cambio di passo: Langosteria è diventata Buonocore Hospitality Group (BHG), la “maison gastronomica” che riunisce sotto un unico cappello il marchio capostipite e i format più recenti: Ally’s Bar, PepeBarra Italiana (l’insegna conviviale dedicata alla tradizione tricolore affidata allo chef Luca Fantin, quindici anni di Giappone alle spalle) e Bagni Fiore, (la spiaggia di Paraggi che potrebbe diventare un modello esportabile). L’assetto resta saldo: il gruppo è controllato da Buonocore e dai soci storici, con il 40% in mano ad Archive, la holding della famiglia di Remo Ruffini, patron di Moncler, entrata nel capitale nel 2018 con un investimento che lo stesso fondatore definisce “visionario”. I numeri raccontano la traiettoria: circa 60 milioni di fatturato nel 2025, 75 attesi a fine 2026 e un obiettivo dichiarato di 190 milioni al 2030, con 43 milioni di investimenti in cantiere, una squadra destinata a raddoppiare dagli attuali 500 collaboratori a un migliaio e la sola Langosteria Montenapoleone attesa oltre i 20 milioni di ricavi annui. Il sogno, parola di Buonocore, è diventare il gruppo di ristorazione di lusso più importante al mondo.

Ally’s Bar, il brindisi di/a Alessandra sopra i tetti di Milano

La novità più “affettuosa” è anche la più milanese. In cima al palazzo di corso Matteotti angolo Monte Napoleone – il cosiddetto palazzo Fendi, da cui il gruppo resta totalmente indipendente – ha appena inaugurato le sue terrazze Ally’s Bar, il cocktail bar ideato da – e dedicato a – Alessandra Maestroni, moglie del patron: “Ally”, appunto, per chi la conosce. Un ecosistema verticale che è già un caso: al quarto piano Pepe, il nuovo format che guarda oltre il mare, al quinto Langosteria Montenapoleone, al sesto il bar con due terrazze sospese sul Quadrilatero, intime e mai chiassose, un salotto urbano dallo stile meneghino-internazionale. La cucina è sempre aperta e gioca su due registri, sandwich e spaghetti con sei salse – dal Tramezzino al tonno al Milanese con cotoletta e maionese al parmigiano, dalla Nerano agli Spaghetti e caviale – accanto a una drink list firmata dal bar manager Stefano Agostino, tra Fizz Royale, Nitro Garibaldi e Toreador Paloma. Dietro le quinte, una macchina imponente: quattro cucine, una centrale per le preparazioni e tre di finitura, e 150 collaboratori distribuiti sui tre piani. Il risultato è un indirizzo dove l’aperitivo scivola nella cena senza soluzione di continuità.

Porto Cervo, pieds dans l’eau dove batteva il cuore del Pescatore

Il 2026 è anche l’anno dello sbarco in Sardegna, quello su cui il gruppo ripone le aspettative più alte. Dal 20 giugno Langosteria Porto Cervo occupa una delle location più esclusive della Costa Smeralda: il Porto Vecchio, là dove nel 1960 era nato il mitico ristorante Il Pescatore. È l’unico locale pieds dans l’eau della marina, con due terrazze unite da una passerella per 160 coperti tutti all’aperto, la vista sul mare e il fascino granitico della Gallura come scenografia; sulla prima terrazza trova casa anche la seconda sede di Ally’s Bar. Il tocco da grande yachting è il pontile con attracco diretto per i tender, più un tender dedicato a disposizione degli ospiti; per chi non scende a terra ci sono il servizio Langosteria on board e il Langosteria Chef on board, con brigata privata a bordo. Il progetto nasce in partnership con Smeralda Holding, la società controllata dal fondo sovrano del Qatar guidata da Mario Ferraro. “Il 2026 segna un momento di straordinaria evoluzione per noi”, afferma Buonocore. “Porto Cervo, con la sua bellezza senza tempo, è la location ideale per la nostra visione di ospitalità e cucina”. In carta, accanto a icone come il King Crab Special Edition 2007 e l’Astice Bretone “Spicy Blue”, il territorio entra con i Culurgiones con scampi e bottarga di Cabras, l’Orata di Golfo Aranci e La Seada di Laura Prinzis. Al timone il general manager Marco Pannacci e l’executive chef Antonio D’Ambrosio, con il resident chef Marcello Muzhaqi e il restaurant manager Eugenio Moschiano; apertura tutti i giorni a cena.

Londra (anzi, Churchill) chiama, Bonocore risponde

Dieci giorni dopo la Sardegna, ecco Londra: dal 1° luglio la prima Langosteria britannica accoglie i suoi ospiti a Whitehall Place, dentro The OWO, lo storico Old War Office da cui Winston Churchill guidò l’Impero nella sfida di civiltà tra democrazia e nazifascismo. Per fortuna vinse la prima. “Aprire in questa città è sempre stato uno dei miei più grandi sogni”, confessa Buonocore. Il progetto porta la firma di Carlo Samarati, già autore degli spazi di Milano e Paraggi: bancone in travertino e noce canaletto sotto un soffitto a cerchi concentrici, cantine a vista come quinte teatrali, fino alla Historical Room con i camini in pietra, le sete dipinte e ricamate a mano e il celebre Messenger Wall, un tempo crocevia dei messaggi più riservati dell’Impero britannico, oggi fondale della private dining room. Lampade Venini e sedute Medea completano il manifesto dell’artigianato italiano. Nel menu, accanto alle icone, creazioni pensate per la città e un ampio spazio al vegetale, dalla Marinated beetroot salad alle Roasted endives con vinaigrette allo Champagne. La guida operativa è affidata a Michele Biassoni, supportato da Erik Culzoni, Alessio Moretti, Sebastiano Vanni e Giorgio Cristiani; i dessert al corporate pastry chef Daniele Bonzi, la cantina a Valentina Bertini, corporate wine manager del gruppo.

Prossime fermate: Madrid e le due coste degli USA

La geografia del futuro è già disegnata. Nel cantiere di BHG c’è un progetto su Madrid, con apertura ancora da definire, che porterebbe l’insegna in un’altra capitale europea in piena effervescenza gastronomica. E poi il grande salto atlantico: due opening negli Stati Uniti, una per costa, con New York e Los Angeles in pole position e suggestioni che toccano Miami, Beverly Hills e le sedi stagionali di Aspen e degli Hamptons. Una strategia che alterna grandi capitali e destinazioni leisure d’élite, replicando il doppio binario che ha fatto la fortuna del marchio: le metropoli per la consacrazione, le località stagionali per il legame con la clientela che d’estate naviga e d’inverno scia. Il calendario, per ora, resta riservato: la direzione, quella, è dichiarata.

Enrico e Alessandra, il savoir faire di famiglia

Se il modello funziona, molto dipende da chi lo incarna. Buonocore è un istrione dal talento raro: creativo, affettuoso anche con chi incontra per la prima volta, dotato di quel savoir faire che trasforma una cena in un rito e un cliente in un habitué. Accanto a lui Alessandra Maestroni, dama di eleganza naturale e grande appassionata di mixology, celebrata dalle cronache patinate – Vogue in testa – per le nozze veneziane con il fondatore, lei in total look Dior tra le calli della Serenissima. Una coppia che è anche una cifra stilistica: lui il ritmo, lei la grazia, ça va sans dire.

Il segreto? La materia prima. E la puccia

Alla fine, la formula Langosteria resta di una semplicità disarmante: materia prima assoluta, sourcing diretto dai quattro angoli del globo, un servizio che non concede pause e una convivialità rivendicata con orgoglio. “I piatti buoni hanno la puccia”, ripete Buonocore, rivendicando un lusso che non rinuncia al piacere. Da un locale di venti metri quadri a una piattaforma internazionale dell’ospitalità: vent’anni dopo, il ritmo non rallenta. Suona (solo) più forte.

css.php