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A 1.800 metri d’altezza, in una baita di legno e pietra di Livigno, lo chef Michele Talarico porta avanti una cucina no waste, etica e territoriale, forgiata alla scuola di Norbert Niederkofler. Siria Fedrigucci, restaurant manager, racconta il valore insostituibile della sala

di M.L.Andreis

Quando la montagna entra in cucina davvero. Ci sono ristoranti di montagna che si limitano ad appoggiarsi al paesaggio come a un fondale di scena. E poi ci sono insegne che il paesaggio lo abitano davvero, che ne assorbono la logica, la stagionalità, la durezza, la generosità. Il Kosmo (bistrot) e la sua declinazione fine dining Téa — in dialetto livignasco, la baita — appartengono alla seconda categoria. In questa struttura in legno e pietra a Livigno, sede delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026, a 1.800 metri d’altezza, il concetto di cucina di montagna non è un’etichetta ma un metodo.

A guidare la cucina è Michele Talarico, originario di Corato, in Puglia, formatosi alla scuola dell’altoatesino Norbert Niederkofler, campione mondiale della cucina alpina sostenibile. “Prima ero da Norbert, ho fatto un paio di stagioni da lui. Poi mi aveva parlato di questo progetto, mi sono appassionato alla montagna e mi sono spostato qui su Livigno”, racconta Talarico. Da quando il Kosmo è aperto, dal 2021, Talarico è qui, a costruire giorno dopo giorno una dispensa straordinaria e una filosofia di cucina che non ammette scorciatoie.

Un laboratorio che brilla come una gioielleria

Il vero cuore dell’insegna non è la sala, per quanto bella e calda. È il laboratorio, che Talarico chiama con affetto e precisione “la gioielleria”: una cella dove tutto si conserva, si trasforma, si prepara con mesi di anticipo. Qui vivono i grassi recuperati da ogni singolo animale — “utilizzare il burro non è sostenibile per il lavoro che c’è dietro, quindi andiamo a utilizzare il grasso dell’animale stesso” —, i liquori fatti con noccioli e bucce di frutta, gli aceti autoprodotti, la soia di lenticchie di montagna fermentata per un anno intera, la melassa di verdura estratta dagli scarti vegetali, le polveri di essiccati raccolti in estate durante le uscite di foraging.

“Prendiamo animali interi, animali a ‘fine carriera’, andiamo a sezionarli. E facciamo tutto in casa: pane, pasta, parte tutta da questo laboratorio”, spiega Talarico con la precisione di chi ha trasformato la necessità in virtù. Il piccolo mulino macina due tipologie di farina: la grana saraceno autoctona di Bormio nella varietà tatalico, e la segale che entra in tutti i panificati. La cella negativa stocca i cervi abbattuti durante la stagione di caccia — dieci, dodici capi interi, fino a cinque quintali di carne — che alimentano entrambi i ristoranti per tutta la stagione. Non si butta niente: dalle carni ai vegetali, tutto entra in ricircolo e dà senso al resto.

I menu della Téa: la montagna in sei parole

Nella sala della Téa, quattro tavoli, un camino, materiali di recupero, l’atmosfera di una casa in cui si sta bene senza sforzo, i percorsi degustazione sono tre. Essenza (130 euro) è il menu di punta, con piatti come il Casoncello con coniglio e gambero di fiume o il celebre 100% Carota: un’umile radice che diventa protagonista attraverso cotture, salse e fermentati capaci di moltiplicarne le potenzialità al punto da rendere superfluo qualsiasi altro ingrediente. Impronte (130 euro) esplora un territorio leggermente diverso, mentre Sentiero (100 euro, quattro portate) nasce, come dice Talarico, “dalle essenze del bosco”.

I dessert seguono la stessa logica: Uva spina, miele e noci; Kefir, lampone e abete rosso. Nessuna concessione alla dolcezza facile, nessun ingrediente estraneo all’ecosistema alpino. La carta dei vini, costruita con gli stessi criteri della cucina — colline e montagne, la Valtellina come asse centrale, produttori selezionati per sostenibilità —, è un viaggio parallelo che non si sovrappone mai al percorso gastronomico ma lo accompagna.

“Il ristorante è un luogo dove l’ospite deve stare bene: esce di casa e vuole vivere un momento di tranquillità, di serenità, lontano dalla frenesia di tutti i giorni”, riflette Talarico. “Questa è la mia missione: la missione dello chef è far emozionare coi suoi piatti”. Una missione che si costruisce con le mani nel laboratorio ogni mattina, prima ancora che si accendano i fuochi.

Il Kosmo: la proposta quotidiana senza rinunciare ai valori

Accanto alla Téa, il Kosmo è un grande bistrot con una proposta più accessibile e quotidiana: è vicino al centro e agli impianti Mottolino, e offre i classici della cucina valtellinese — pizzoccheri, taroz con fonduta al Bitto, trota della Valmalenco — senza cedere sulla filosofia. Stagionalità, riduzione degli sprechi, produttori locali d’altura, erbe di montagna, acquisto di interi capi di bestiame: la griglia è protagonista di una parte importante della proposta. E le ampie vetrate garantiscono che la vista sul paesaggio alpino sia sempre presente, come un ingrediente in più nel piatto.

La sala: il valore invisibile dell’esperienza

A raccontare l’altra metà del ristorante — quella spesso trascurata — è Siria Fedrigucci, restaurant manager del Kosmo e della Téa. La sua visione sul ruolo della sala è netta e appassionata: “Deve crearsi un binomio tra sala e cucina nel dare un’esperienza completa al cliente. Non è facile: abbiamo tantissimi ragazzi appassionati di cucina, per le mansioni di sala la musica cambia decisamente. Faccio una grande fatica a trasmettergli la passione per un mestiere che non è secondo alle mansioni di cucina”.

Il problema è strutturale, dice Fedrigucci: nelle scuole alberghiere gli stagisti in cucina si trovano in abbondanza, in sala è una caccia continua e poco fruttuosa. Ma il personale di sala è il primo punto di contatto con il cliente, quello che può fare o disfare l’esperienza indipendentemente dalla qualità del cibo. “Puoi avere a che fare con uno chef bravissimo e poi avere un personale che non sa raccontare, non sa far entrare le persone in quello che è il lavoro del cuoco”.

Relax e buona tavola: un binomio inscindibile

La domanda con cui Fedrigucci chiude ogni serata ai propri ospiti è rivelatrice di una filosofia: “Vi siete rilassati?”. Solo dopo chiede: “Avete mangiato bene?”, perché questo deve/dovrebbe essere scontato. Insomma: il vero obiettivo è creare un’esperienza che ti faccia venir voglia di replicarla. In un locale di montagna, in un’epoca in cui il tempo libero è prezioso quanto il cibo, questa è una domanda che vale quanto una stella, sottolinea la manager.

La Téa del Kosmo, con i suoi quattro tavoli e il camino, è stata progettata per creare “quell’ambiente molto, molto di casa, che è un po’ quello che ci rispecchia”, spiega Fedrigucci. “Abbiamo cercato di sdrammatizzare un po’ il fine dining e di renderlo una proposta gourmet sì, ma di montagna. La gente deve stare bene: questo è l’obiettivo fondamentale”. Un approccio che non abbassa la qualità ma la rende accessibile, che trasforma un percorso degustazione in una conversazione tra il cuoco e l’ospite, mediate da una sala capace di ascoltare.

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