A Porta Venezia, Milano, Yaolin Zhu apre un’enoteca che sfida i luoghi comuni: oltre 300 etichette, vini cinesi della Ningxia, e i bao al vapore come protagonisti gastronomici. Un progetto che unisce heritage familiare, passione per il vino e la convinzione che la cucina cinese meriti abbinamenti degni
di M.L.Andreis
Un nome, due valori e la memoria del nonno. C’è una piccola piazza pedonale di Porta Venezia, a Milano, dove si è aperta un’enoteca che non assomiglia ad altre. Si chiama Renen Wine, e il nome è già un programma: Ren, in cinese, significa benevolenza; En significa gratitudine. Ma Renen è anche il nome del nonno di Yaolin Zhu (in foto di apertura), conosciuta da tutti come Jessica, la proprietaria e anima del locale. “Lui è il motivo per cui sono qui. Da lui ho imparato che l’ospitalità è un’arte e che la famiglia è il tesoro più grande che abbiamo. Aprire questa enoteca e chiamarla con il suo nome è il mio modo per tenerlo sempre con me”.

Jessica arriva dalla Cina — zona di Hangzhou, vicino Shanghai — e in Italia da quando aveva nove anni, cresciuta tra i ristoranti dei genitori a Bergamo negli anni Ottanta. Con il marito gestisce tuttora il ristorante cantonese Su Garden in via Carlo Tenca, vicino alla Stazione Centrale. La passione per il vino è arrivata lentamente, come i vini migliori: “Ho iniziato a studiare seriamente circa dieci anni fa, e oggi il vino è per me più che una passione: è un linguaggio con cui racconto storie. Aprire Renen è stato un passo naturale. Qui posso guidare chi entra a scoprire i sapori, i territori e le storie dietro ogni bottiglia, soprattutto ai più giovani”.
La cantina: 300 etichette e qualche sorpresa dalla Cina
La vera protagonista di Renen Wine è la cantina: oltre 300 etichette in continua rotazione, con una selezione che privilegia piccoli produttori italiani ed europei. Vini tradizionali convivono con referenze naturali e biodinamiche, garantendo esperienze di degustazione sempre diverse. Ma la vera sorpresa, quella che fa alzare un sopracciglio e poi lo abbassa di soddisfazione, sono i vini dalla regione cinese della Ningxia: Cabernet Franc e altri vitigni internazionali, coltivati in una zona viticola che esiste da soli venticinque o trent’anni, nata — secondo un aneddoto affascinante — dal dono di una vite durante un viaggio diplomatico.

“Ho voluto inserire qualche referenza cinese per sorprendere i clienti e stimolare la curiosità”, spiega Jessica. La Cina è oggi l’undicesimo produttore mondiale di vino: una posizione in discesa (era settima) ma che racconta comunque la rapidità con cui una tradizione si costruisce dal nulla. Le tecniche vengono dai francesi, il terroir è cinese, il risultato è inatteso. Jessica ha già organizzato degustazioni alla cieca con tagli bordolesi e super Tuscan dello stesso vitigno mescolati ai vini cinesi: “Le persone che hanno partecipato, tutte sommelier, li hanno molto apprezzati. Nel calice esce il territorio: lo stesso vitigno da un terroir diverso dà un’espressione totalmente diversa”.
I bao: l’abbinamento che sfida i luoghi comuni
L’idea gastronomica di Jessica non era quella di affiancare al vino un semplice accompagnamento da aperitivo. Voleva costruire un dialogo coerente tra calice e cucina: ecco perché al menu di salumi, formaggi, taralli e grissoni artigianali si sono aggiunti i bao, i panini al vapore della tradizione cantonese. Entrati in menu in occasione del Capodanno Cinese, sono diventati rapidamente il prodotto di punta: due versioni base — uno con pancia di maiale, uno vegetariano con verdure e funghi — più ripieni stagionali e interpretazioni con ingredienti italiani. Una collaborazione tra Jessica e lo chef del Su Garden ha reso i bao stabili nel menu quotidiano.

“La cucina cinese, a differenza di quella italiana, non ama i rossi troppo strutturati o tannici, almeno con i bao. Funzionano meglio vini giovani, più freschi, capaci di accompagnare senza coprire”: un Nebbiolo o una Barbera in versione giovane, un Etna Rosso apprezzato per la bevibilità, i bianchi come Timorasso o Carricante grazie all’acidità e alla tensione gustativa. E poi le bollicine, che a Renen Wine sono la chiave universale: “Le bollicine funzionano sempre, a prescindere dal piatto”, sottolinea Jessica. Metodo classico da diverse parti del mondo, Champagne compresi, pensati come soluzione trasversale per un pasto che inizia e non vuole finire.
Prezzi democratici e una missione. Nel nome del vino
Renen Wine è aperta dal lunedì al giovedì fino alle 23, il venerdì e sabato fino a mezzanotte. Il ricarico sui vini è contenuto — tra 2,0 e 2,5 rispetto al prezzo d’acquisto — una scelta deliberata e controcorrente in un mercato dove il ricarico medio è spesso il triplo. “Noi siamo democratici”, dice Jessica. “Speriamo che i nostri clienti bevano di più, bevano bene, però paghino il giusto”. Gestire un’enoteca con due persone — Jessica e il sommelier Adriano (in foto apertura) — lavorando come “magazziniere, sguattera e sommelier” ha un costo, ma anche un senso: costruire un posto dove chi entra si senta guidato e non giudicato.

Ogni lunedì, o durante serate dedicate, si tengono degustazioni conviviali, meno didattiche e più orientate al piacere dell’assaggio. Jessica racconta etichette e produttori anche online, attraverso la rubrica ‘Tell Me Wine’. Un lavoro di divulgazione che parte dal servizio quotidiano e si allarga progressivamente: superare l’idea che la cucina cinese debba essere accompagnata da bubble tea o bibite zuccherate, dimostrare che il vino, se scelto con attenzione, può diventare il miglior alleato a tavola. Una piccola rivoluzione, che inizia con un bao e un calice di Timorasso.








