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Italian Wine Brands chiude il 2025 con ricavi da 395 milioni e un export in crescita dello 0,45%, performando nettamente meglio del settore italiano (-3,7%). Il CEO Alessandro Mutinelli guarda a Est Europa e Africa, ma lancia un monito: bisogna ricercare valore, non volumi

C’è chi l’ha chiamata “tempesta perfetta”: flessione dell’export (-3,7% nel 2025), tensioni geopolitiche, cambiamento nei modelli di consumo con spumanti e Prosecco che resistono mentre i rossi calano. In questo scenario,  Italian Wine Brands — 395 milioni di ricavi nel 2025, oltre 70 marchi in portafoglio — naviga il mare mosso con la bussola puntata sul valore. Il presidente e amministratore delegato Alessandro Mutinelli (foto apertura) ha un’analisi lucida: il vino è in una fase di transizione e bisogna accettarla. La competizione non è più tra etichette, ma con altre categorie di bevande. La domanda cruciale per il settore è diventata: perché bere vino?

Volumi in su, ricavi in giù: il paradosso della sovraproduzione

Nel 2025 IWB ha venduto più bottiglie rispetto al 2024 (+3,65%), ma i ricavi sono calati dell’1,5%. Un apparente paradosso che Mutinelli legge con soddisfazione: in un mercato dove i prezzi sono mediamente scesi, il gruppo ha guadagnato quote. Il nodo strutturale è la sovraproduzione: l’Italia è il primo Paese produttore al mondo, ma secondo Mutinelli i volumi dovranno calare. Sono 61 milioni gli ettolitri fermi nelle cantine (dati Unione Italiana Vini), e da tre anni si assiste a una riduzione dei volumi venduti accompagnata da un calo dei prezzi. Una spirale difficile da interrompere, anche perché gli agricoltori hanno bisogno di produrre per vendere.

Est Europa e Africa: le nuove frontiere

Con il Regno Unito primo mercato — l’export copre oltre l’80% del giro d’affari — e una presenza in circa 100 Paesi, IWB guarda oltre i confini tradizionali. Quando i mercati che coprono oltre la metà delle esportazioni di vino italiano calano, bisogna compensare altrove. L’Est Europa è una delle strade più promettenti: Paesi culturalmente vicini, con reddito medio in crescita e una propensione verso fasce di prodotto più elevate. L’Africa, invece, è il territorio meno esplorato ma con la capacità di spesa in vini di valore in aumento: un mercato da costruire con pazienza e visione.

NoLo: nicchia in crescita, non ancora soluzione

Il mercato dei “NoLo” (No e Low Alcohol) è piccolo, in crescita soprattutto in Centro e Nord Europa, ma ancora lontano da livelli qualitativi pienamente soddisfacenti. Mutinelli lo vede come un territorio da presidiare — chi vuole innovare deve averli in assortimento — citando l’esempio della birra analcolica, che dopo anni di sperimentazione è arrivata a rappresentare un 7-8% del mercato. Anche per i dealcolati, il potenziale c’è: ma per ora intercettano soprattutto consumatori nuovi, più che convertire quelli tradizionali.

Dazi, materie prime e la resilienza delle grandi

Il 2025 ha visto un abbassamento medio dei costi di produzione, ma le tensioni geopolitiche — in particolare il conflitto in Iran — rischiano di generare nuove fiammate. Il vetro, già protagonista di un’impennata dell’80% nel 2023, e l’alluminio dei tappi restano le materie prime più sensibili. Sulle tariffe USA, IWB ha scelto di non alzare i prezzi per non perdere quote: una decisione che le imprese più strutturate possono permettersi, mentre le medio-piccole soffrono di più. La frammentazione del settore, conclude Mutinelli, non aiuta.

Uscire dalla comfort zone per trovare il valore

Dopo un decennio di acquisizioni che ha portato IWB a triplicare il fatturato — dalla quotazione a Piazza Affari nel 2015, in un’operazione promossa da Electa Ventures di Simone Strocchi — il gruppo si sta ora concentrando sull’adattare la strategia al mercato che cambia. L’obiettivo è uscire dalla comfort zone dei grandi volumi per investire su posizionamento più elevato e valore. Il trend di flessione non è irreversibile: ma il cambiamento nelle abitudini dei consumatori è reale, e chi non si adegua rischia di restare indietro.

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