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Da un laboratorio casalingo al cuore di Milano: la storia della famiglia Mourad, egiziana, che ha trasformato la passione di una madre per i dolci arabi in una rete di tre pasticcerie meneghine. Baklava, maamoul, kunefe: un viaggio gastronomico tra Egitto, Libano, Siria e Marocco che ha conquistato anche i palati italiani

di MLA

Non fanno rumore, ma stanno riscrivendo il paesaggio gastronomico di Milano. Negli ultimi anni, le pasticcerie arabe sono comparite sempre più numerose tra le strade della città, e non si tratta di una moda passeggera, bensì di una trasformazione culturale che passa attraverso storie familiari, migrazioni e identità. Come quella di Mohamed Mourad, egiziano, che oggi guida tre Pasticceria Mourad a Milano (e la quarta è in apertura a Rozzano, nell’hinterland), dove — tra banconi carichi di fragranze orientali — racconta che in Italia non ci sono solo egiziani, ma anche libanesi, siriani, marocchini, e che lui ha voluto raccontare tutto questo attraverso i dolci.

Una madre, una passione, un laboratorio

La storia parte da lontano. Mohamed è nato in Egitto ma vive in Italia dall’età di sei mesi: suo padre è qui dagli anni Settanta. Ma è la figura della madre a segnare davvero l’inizio di tutto, quella che prima ancora di avere un laboratorio aveva iniziato a fare dolci in casa, con la dedizione silenziosa di chi porta con sé una tradizione millenaria. Siamo nei primi anni Duemila, quando la pasticceria araba a Milano è praticamente assente. Il primo passo fuori dalle mura domestiche è un piccolo spazio di 30 mq nel mercato comunale di QT8: dolci semplici, ma unici in quel periodo. Da lì, la crescita è lenta ma costante — 80, poi 120 mq — fino all’attuale struttura di Rozzano, dove lavorano circa 15 persone e la madre coordina ancora tutto. Come la luce di un faro, è lei il cuore del laboratorio.

Dal goniometro al baklava: la svolta della pandemia

Mohamed ha studiato da geometra, senza immaginare che il suo destino stesse tra gli strati sottilissimi del baklava. Dopo il diploma, però, qualcosa scatta: intuisce il potenziale di quell’attività nata quasi per caso e decide di investirci davvero. La svolta arriva nel momento in cui il mondo si ferma: la pandemia. È lì che nasce il primo negozio, in Corso Buenos Aires. Una scelta rischiosa — gli affitti erano altissimi — ma dettata dalla visione di chi sa riconoscere le opportunità nel caos. La risposta della città non tarda: oggi i clienti italiani sono numerosi e i feedback entusiasti, una sorpresa che non ha smesso di stupire Mohamed. I negozi nel frattempo sono diventati tre, con gli store di via Marghera e Imbonati sempre a Milano, con un quarto in apertura a Rozzano, e Pasticceria Mourad rifornisce anche numerosi negozi arabi milanesi.

Pistacchi siriani, mandorle marocchine: la geografia del sapore

La base della pasticceria araba è apparentemente semplice: frutta secca, sciroppo e miele. Ma dietro questa sobrietà si nasconde un mondo ricchissimo di differenze geografiche. Il pistacchio, importato da Siria e Turchia, domina molte preparazioni; in Marocco prevalgono le mandorle; in Egitto, invece, i dolci sono più essenziali, con arachidi e cocco. Ciascuna regione porta con sé una storia, un sapore, un’identità che da Mourad trovano spazio e voce.

Dall’Impero Ottomano, con… dolcezza

Tra tutti i dolci, il simbolo indiscusso resta il baklava: sottilissimi strati di pasta, farciti e impregnati di sciroppo, un tempo amati dai sultani e diffusi in tutto l’ex Impero ottomano. Poi c’è il kadaifi, dalla texture filamentosa, e il kunefe palestinese, servito caldo con formaggio, un mix audace tra dolce e salato. I maamoul, decorati con stampi tradizionali, sono i dolci delle feste: tipici del Ramadan e dell’Eid, si mangiano con il caffè arabo al cardamomo. Non mancano i tulumba, fritti e immersi nello sciroppo — antenati, forse, degli spagnoli churros — e la basbousa, torta di semolino e cocco molto diffusa in Egitto. I prezzi variano dai 20-25 euro/kg per i dolci egiziani più semplici ai 30-35 euro/kg per le selezioni miste ricche di frutta secca.

Tè, karkadè e il sogno di un ponte culturale

Accanto ai dolci, le bevande completano il racconto: tè arabo, caffè arabo e il karkadè, preparato con fiori di ibisco, servito caldo o freddo. Non solo un’attività commerciale, ma un ponte tra culture: il sogno di Mohamed, dichiarato con la semplicità di chi ci crede davvero, era far scoprire il proprio mondo anche agli italiani. E a giudicare dai banconi affollati e dai sorrisi dei clienti — egiziani, lombardi, milanesi d’adozione — quel sogno è già realtà.

Foto tratte da Facebook

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