Al secondo piano di un palazzo storico in piazza (e vista) Duomo, Inno unisce la cucina fusion messicano-giapponese dello chef Marcos Cardoso alle opere pop di Enrico Dicò: un’esperienza sensoriale unica, tra vista mozzafiato e fuoco creativo
di M.L.Andreis
Ci sono indirizzi che nascono già con un vantaggio (quasi) sleale sulla concorrenza. Inno è uno di questi. Salire al secondo piano del palazzo storico di piazza Duomo angolo via G. Mazzini 2 a bordo di un ascensore privato — dove le hostess accolgono l’ospite con la discrezione di chi sa di custodire qualcosa di speciale — e sbucare in una sala che non solo si apre come un sipario sulla cattedrale gotica più famosa d’Italia ma su una vera e propria galleria d’arte contemporanea: è un’entrata in scena difficile da dimenticare. La luce del tramonto filtra attraverso le ampie vetrate e trasforma i pinnacoli del Duomo di Milano in una scenografia lunare, quasi irreale. Sul balcone esterno — dodici posti, da prenotare con largo anticipo, riservati a chi è disposto ad aspettare pur di conquistarsi quel tavolo — il panorama si allarga verso Cordusio, abbraccia via Orefici e giunge fino al profilo del Castello Sforzesco. Milano non ha molti posti simili, e forse è proprio per questo che Inno ha scelto di non limitarsi alla vista, costruendo attorno a essa un progetto a un tempo gastronomico e artistico di autentica ambizione.


All’interno, i sessanta coperti della sala principale si dispongono in un’atmosfera che richiama certi locali esclusivi newyorkesi — poltrone in velluto rosso, luci soffuse, una palette calda e avvolgente — con al centro un lampadario di cristallo realizzato su misura con settemila fili fatti a mano, uno per uno: un’opera di artigianato che sarebbe già sufficiente a giustificare una visita. Ma è alle pareti che accade qualcosa di davvero inatteso.
Il fuoco alle pareti: Enrico Dicò e la sua galleria im-possibile
Venticinque opere disposte lungo le pareti delle due sale, ciascuna capace di dialogare con l’ambiente e di catturare lo sguardo come una fiamma nella notte. Questo è Enrico Dicò a Inno: una galleria d’arte permanente nata per caso e diventata un elemento costitutivo del progetto, non una decorazione accessoria. Artista romano — ma milanese d’adozione da poco più di tre anni — Dicò ha costruito la propria carriera partendo da un gesto quasi accidentale: la plastica della sua prima Marilyn Monroe si bruciò. Invece di buttarla, rimase immobile a osservarla fondersi. Era nato il The Fire Artist.

La sua tecnica è ormai riconoscibile ovunque nel mondo: accostamento tra stampe, materiali rinvenuti dai contesti urbani e una combustione di lastre di plexiglas che produce corrosioni materiche uniche, irreplicabili, impreziosite dall’inserimento di luci a led e neon flex. Il risultato è qualcosa che sta tra la pittura, la scultura e la visual art — come lo stesso Dicò ama descriversi — con una tridimensionalità luminosa che muta al variare della luce nella stanza, come se le opere respirassero. Il critico Vittorio Sgarbi ha descritto questo approccio come un atto che “conferisce alla bruciatura una connotazione di spiritualità aggiunta, aumentata, trasferendo nell’oggetto un’impronta indissolubile della propria personalità”. Una lettura che restituisce la profondità di un lavoro nato, come confessa Dicò stesso, da un dolore personale trasformato in ricerca della bellezza.

I soggetti scelti per Inno sono perfetti per il contesto: Marilyn Monroe, James Dean, David Bowie — miti intramontabili che attraversano generazioni con la stessa potenza iconica — affiancati da rivisitazioni pop della storia dell’arte, come La ragazza con l’orecchino di perla e uno spettacolare tributo a Joan Mirò. Opere che nelle case di Morgan Freeman, Sylvester Stallone, Dustin Hoffman, Penélope Cruz e Keanu Reeves hanno trovato collocazione nei salotti più prestigiosi del pianeta — e che Papa Francesco ha ricevuto dalle mani dell’artista in piazza San Pietro, in una delle consacrazioni simboliche più straordinarie che un artista contemporaneo possa immaginare.

Dopo la galleria temporanea in corso Garibaldi nel 2022 e quella permanente in Foro Bonaparte 18 inaugurata nel 2023, Milano è diventata per Dicò un secondo centro di gravità, accanto alla storica galleria di piazza de Ricci a Roma. La scelta di Inno come sede della prima esposizione nel cuore di piazza Duomo sembra quasi un destino: opere esplodenti di luce e fuoco che si affacciano sulla maestosità silenziosa del gotico milanese. “Sono orgoglioso che le mie opere siano esposte da Inno perché è un progetto internazionale”, racconta Dicò. “Ricreano l’ambiente di una galleria nel ristorante, così da far vivere un’esperienza immersiva, unendo l’emozione culinaria e quella artistica. È bello quando le opere d’arte vengono vissute anche fuori dalle gallerie, impreziosendo altri contesti”.



Marcos Cardoso: il fuoco (è anche) in cucina
Se le pareti bruciano di pop art, la cucina di Inno brucia di un’energia altrettanto potente e imprevedibile. Al centro di tutto c’è Marcos Cardoso, chef brasiliano cresciuto in Spagna e formato da autodidatta — una traiettoria che ha molto in comune con quella di Dicò: entrambi plasmati dall’istinto più che dalla scuola, entrambi capaci di trasformare influenze eterogenee in un linguaggio personale e inconfondibile. Cardoso si è ispirato al padre, maestro nella lavorazione del pesce, ha vissuto in Austria dove ha assorbito tecniche e sapori della tradizione centro-europea, e dal 2013 dirige con successo Emilio Innobar a Palma di Maiorca. Milano è la sua nuova frontiera: “Appena sono arrivato a Milano, l’ho sentita subito come casa mia“, racconta. “Ho percepito una forte connessione: la vitalità della città, l’affinità culturale con le persone che la animano e una sinergia perfetta con questo progetto ambizioso. Inno è il posto ideale per dare vita alla mia visione”.

La visione di Cardoso è, a prima lettura, quasi provocatoria: fondere la tradizione messicana con la cucina giapponese. Un accostamento che sulla carta sembrerebbe l’incontro tra due universi inconciliabili — come mescolare il sole di Oaxaca con il silenzio di un kaiseki di Kyoto — eppure, assaggiando, si scopre una logica profonda. Entrambe le cucine, in fondo, amano il contrasto, la precisione, il rispetto assoluto della materia prima. Entrambe conoscono l’umami. Entrambe sanno che il piatto deve essere bello prima ancora di essere buono. “Si tratta di una cosa mai vista prima a Milano: mettere assieme la vivace piccantezza, l’acidità vibrante e la convivialità della tradizione messicana con la purezza, la tecnica millimetrica, il rispetto della materia prima e l’equilibrio umami della cucina nipponica”, spiega lo chef con la precisione di chi sa esattamente cosa sta facendo.
I piatti (da compartir): un ponte tra le due coste del Pacifico
L’esperienza gastronomica di Inno comincia già al momento dell’ordinazione: un dialogo con il team di sala che trasforma la scelta in parte integrante del pasto. I piatti sono tutti da “compartir”, condividere, pensati per invitare alla scoperta collettiva, per moltiplicare le sorprese. È una filosofia conviviale, latina nel temperamento, che tuttavia conserva la pulizia formale della tradizione nipponica.



I contrasti sono la firma del menu: il pollo in tempura passato al forno con gelato al mango e mango fresco è forse il piatto-manifesto di Inno, quello che meglio racconta l’estetica del progetto — croccante e freddo, salato e dolce, Oriente e Occidente sul medesimo piatto. Il filetto di manzo con tortillas di mais, coriandolo, panna, formaggio Manchego e peperoncino secco, accompagnato da purè di platano maduro, è invece un inno alla tradizione messicana reinterpretata con tecnica europea. Tra i signature imprescindibili, la Tartare di Salmone dedicata a Enrico Dicò — salmone, sale di Maldon, olio d’oliva e soia ai funghi, scalogni e Vichyssoise — un piatto che è già un omaggio e un dialogo tra il fuoco dell’arte e la freschezza del mare.



I diversi tagli di pesce — San Pietro, tonno, salmone, ricciola giapponese — vengono lavorati per tartare, sashimi e ceviche messicana con una cura quasi cerimoniale. Lo chef ha l’abitudine di uscire dalla cucina portando personalmente i piatti di pesce e di tagliare i sashimi al tavolo, completando la preparazione davanti all’ospite: un gesto di artigianato e rispetto che ricorda i rituali della cucina giapponese più autentica. Le tecniche di lavorazione sono lunghe e spesso invisibili — soprattutto le salse, che richiedono cotture lente, riduzioni e bilanciamenti precisi — ma è proprio questa dedizione sommersa a fare la differenza nel risultato finale. Le spezie usate — curcuma, zenzero, lime, peperoncino, mescal — disegnano un atlante del gusto che parte dall’Asia e attraversa il continente americano.



A chiudere il cerchio, un dessert che svela l’anima autobiografica di Cardoso: il Salzburger Nockerl, soufflé con frutti di bosco, specialità della tradizione austriaca che lo chef ha portato con sé come souvenir dei propri anni viennesi. Un finale inaspettato che ricorda come ogni buon cuoco sia sempre, in fondo, la somma dei luoghi che ha attraversato.
Il beverage: dalla Borgogna al sake, via Messico
La carta dei vini, curata dal sommelier Marcelo Cardozo, è all’altezza del contesto: Cheval Blanc, Château Lafite-Rothschild, Château d’Yquem, i grandi Champagne, i Pinot Noir e gli Chardonnay di Borgogna, una selezione di grandi italiani da Nord a Sud, più referenze internazionali e il Sake dal Giappone: una lista che percorre il mondo con la stessa curiosità della cucina.
Ma è sui cocktail che Inno esprime la propria personalità più irriverente. Il bartender Sandro Dzananovic ha costruito una carta pensata per dialogare con ogni portata, incrocendo con coerenza gli stessi universi che si incontrano nei piatti. Il Margarita by Inno — Jose Cuervo Platino, super lime, agave, Ancho Reyes e soia — è un classico messicano che ha studiato in Giappone. La Maria Sakura Mary — Vodka Beluga, limone, succo di pomodoro, soluzione salina, passion fruit e salsa Teriyaki — è una Bloody Mary che ha perso il passaporto e trovato un’identità nuova. E il Cura — Hibiki Suntory, Vida Mezcal, pimento dram, zenzero, lime e zucchero — è forse il cocktail che più di ogni altro racconta la filosofia del locale: un whisky giapponese che incontra il mezcal, e insieme trovano un equilibrio inaspettato.
Cucina e arte: la fusione è servita
Uscendo da Inno, rimane una domanda che è già una risposta: cos’è questo posto, esattamente? Un ristorante che ospita una galleria d’arte, o una galleria d’arte che serve da mangiare? La risposta, probabilmente, è che non ha importanza — perché la forza del progetto sta proprio nell’aver reso i due elementi inscindibili. Le opere di Dicò e i piatti di Cardoso condividono la stessa grammatica espressiva: colori accesi, contrasti netti, una complessità tecnica che si nasconde dietro l’apparente immediatezza. Entrambi usano il fuoco — uno in senso letterale, l’altro metaforico — per trasformare la materia in qualcosa che non esisteva prima.




Dietro tutto questo, e insieme al Duomo come sfondo, Inno diventa qualcosa che Milano non aveva ancora: un luogo dove la bellezza viene servita su più registri simultanei, dove ogni senso è chiamato a partecipare. La vista — il Duomo, i quadri luminosi. Il gusto — l’intreccio di Messico e Giappone. L’udito — la musica lounge e la bossa nova in sottofondo. Il tatto — le posate affiancate alle bacchette, la tovaglia bianca, il velluto delle poltrone. Persino l’olfatto — le spezie, le riduzioni, il coriandolo fresco. Non è solo un ristorante, come recita la sua stessa comunicazione. È un viaggio sensoriale, un dialogo tra continenti. Un posto che Milano, città dove tutto tende all’internazionale, stava aspettando, forse senza saperlo.




