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Tra le colline astigiane, una norvegese (che si è) innamorata del Piemonte e uno chef piemontese costruiscono insieme un (piccolo) impero dell’ospitalità a tutto tondo: Residenza San Vito, Ristorante La Camendra e Cantina LHV Avezza, uniti dal filo invisibile delle radici. E dell’amore

di Massimo L. Andreis

C’è un momento nella vita in cui il vino smette di essere una bevanda e diventa una bussola. Per Lisette Lyhus (nella foto di apertura), norvegese cresciuta a pane, fiordi e real estate, quel momento è arrivato tra le nebbie di una mattina del febbraio del 2018, su una collina astigiana che profumava di terra bagnata e… di futuro. Il suo futuro. Ma la sua storia comincia qualche anno prima, in un ufficio di una città scandinava che diventava ogni giorno più stretto — piccolo come una gabbia dorata, comodo come un’abitudine che non scaldava (più).

“A trent’anni ero stanca di fare il lavoro di famiglia, chiusa in quell’ufficio,” racconta Lisette con la franchezza limpida di chi ha già fatto i conti con se stesso. “Mentre i miei genitori Helle e Vidar sognavano a voce alta di aprire una cantina e un albergo, io mi chiedevo: lo farete a settant’anni? Ottanta? Ho deciso che quell’investimento — nella vita, non solo nel business — lo avrei fatto io, ma subito, senza rimandare a chissà quando, per costruire qualcosa di davvero mio”. Il sogno, insomma, non aspettava più.

Seguono anni di ricerca attraverso la Francia e la penisola italiana, con il taccuino pieno di indirizzi e il cuore che ancora non aveva un, anzi, “quel” sussulto che cambia tutto. La meta giusta si ostinava a non comparire. In questa ricerca, il Piemonte era e escluso a priori — “cercavo ovunque tranne lì,” ammette Lisette con un sorriso che sa di destino – in apparenza – beffardo. Finché, sul tavolo di un ufficio a Oslo, tra le ultime pagine di un giornale, compare del tutto casualmente un annuncio: vendesi ristorante con residenza a Calamandrana, in provincia di Asti. Come in preda a un richiamo della “foresta”, cinque giorni dopo, Lisette è già lì.

Nebbia, gazebo scrostati e il respiro che cambia (tutto)

Febbraio 2018, neve, nebbia: non si vede nulla. Eppure Lisette Lyhus entra nel giardino di quella residenza trasandata — gazebo scrostati, colori sbiaditi, tonalità che oscillano tra il marrone e il giallo cupo — e qualcosa si apre dentro di lei con la precisione silenziosa di un tappo che cede. “Ho iniziato a respirare con una profondità che non avevo mai sperimentato in nessun altro posto al mondo”, racconta. “E ho detto a me stessa: io appartengo a questo posto. Voglio vivere qui. Era casa mia — l’ho sentito subito“.

Come certi grandi vini che rivelano la loro complessità solo dopo l’assaggio, il Monferrato si è svelato a Lisette non nei cataloghi patinati ma nella sua verità più nuda: colline modeste e maestose insieme, filari che scandiscono il tempo con la pazienza degli ulivi, un’autenticità che non si vende perché non si può comprare.

L’acquisto di Residenza San Vito con il ristorante annesso è perfezionato il 6 dicembre 2018. Ad aprile 2019 segue l’acquisizione di una cantina e l’iscrizione a un corso intensivo di italiano a Torino — otto ore al giorno di verbi irregolari, lei che in Norvegia lavorava negli uffici: non è mera necessità linguistica ma la non facile trafila per chi ha davvero scelto di mettere radici fino in fondo, in un posto nuovo.

Quando il soffritto (italiano) scalda il cuore (di una norvegese)

Le grandi storie d’amore, come i grandi vini, hanno sempre un momento preciso in cui la trasformazione avviene, e quel momento è irreversibile. Per Lisette Lyhus e Davide Tinazzo (nella foto di apertura), quel momento è il 1° luglio 2019, quando il primo bacio rivela quanto la complicità professionale possa diventare la migliore anticamera di quella sentimentale.

Davide era arrivato a La Camendra nel 2017, un anno prima che Lisette ne prendesse le redini. Quando lei rileva la struttura e comincia la ristrutturazione — chiusa il 6 dicembre 2018, riaperta il 23 maggio 2019 — lui è già lì, custode di una cucina che coniuga la tradizione piemontese con uno sguardo contemporaneo e internazionale. Tra i muri di San Vito la collaborazione si fa racconto, il racconto diventa sentimento, e dal sentimento nasce Kenzo: il figlio che sigilla l’unione di due mondi, due culture, due lingue che si sono scelte liberamente, guidate dall’unico idioma universale — quello dell’Amore.

Oggi la Residenza San Vito è un luogo rinnovato e vivo: undici spaziose camere di charme immerse nella quiete delle colline monferrine, pensate per viaggiatori che arrivano da latitudini e culture diverse. Davide, coadiuvato dalla sorella Sara, ne gestisce lo sviluppo insieme al ristorante, portando in sala e in cucina quella passione metodica che trasforma ogni servizio in una piccola cerimonia del gusto. Il nome del locale, La Camendra, non è un capriccio: deriva dall’antico nome del paese, che in dialetto ligure richiama le “case delle mandrie”, un’etimologia che sa di pascolo, di luogo vissuto, di storia incarnata nella terra.

Mamadou, Grande Gigante Gentile dal Mali in cucina, via Libia

Se quella di Lisette e Davide è una storia di scelte, quella di Mamadou Kone è una storia di resistenza. Arrivato dal Mali su un barcone, attraverso l’Algeria e quasi un anno di prigionia in Libia — una parentesi di buio che avrebbe spezzato molti — Mamadou sbarca in Italia e arriva a Torino, dove un’associazione lo indirizza verso il mondo della ristorazione. Inizia come lavapiatti, nel 2016, nello stesso ristorante in cui allora lavorava Davide Tinazzo.

“Tre giorni dopo averlo incontrato ho capito che quel ragazzo era nel ruolo sbagliato“, racconta Davide. “Vedevo quanto fosse affascinato dalla cucina, quanto la osservasse con quegli occhi attenti che non si fingono. Allora me lo sono messo a fianco: ha imparato subito, con una velocità che lasciava senza parole, tanto che gli ho detto: tu sarai il mio braccio e io la mente“.

Mamadou Kone

“Davide mi è stato vicino e mi ha dato fiducia,” dice – sempre sorridente – Mamadou, con la sobrietà di chi misura le parole perché sa quanto pesano. “Io gli ho dato fiducia, certo e lui mi ha ripagato lavorando dodici, tredici ore al giorno, prima di tornare a casa dai suoi figli — di due e quattro anni — e studiando cucina”. Un sacrificio che ha la grammatica silenziosa dei grandi cuochi, quelli che non si raccontano ma si riconoscono nel piatto.

Oggi Mamadou è lo Chef GGG — Grande, Gigante, Gentile — di La Camendra: dai molteplici e variopinti cappelli che indossa con nonchalance ogni giorno della settimana, capace di imprimere alle pietanze sapori e sapidità raffinate, dalle carni alle paste fresche, con una predilezione speciale per i risotti che restituisce tutta la sua capacità di trasformare un ingrediente piemontese doc in qualcosa di universale e inatteso. Intorno a lui ruota uno staff giovane e multiculturale: il maître Mehdi Hamouche di origini marocchine, la sala con l’ecuadoregna Gennessis Luna Alcivar, gli aiuto cuoco Usmane Garango (maliano) e Hamzala Amjad proveniente dal Bangladesh. Un mosaico che dalla Norvegia tocca quattro continenti e arricchisce ogni giorno la casa di freschezza, colori ed energia irripetibili.

Radici: il vino – come una – lettera d’amore

C’è un vino, nella cantina LHV Avezza, che racconta tutto ciò che le parole faticano a contenere. Si chiama Radici ed è uno Chardonnay nato come un progetto segreto, tenuto nascosto con la cura di un dono che si prepara in silenzio. Lisette lo ha pensato come tributo ai genitori Helle e Vidar, i quali avevano sognato ad alta voce quella cantina e quell’albergo che la figlia ha poi costruito davvero. La prima bottiglia è stata consegnata al padre come regalo per la Festa del Papà norvegese — novembre, prima neve, primo buio — come a dire: il sogno che tu hai seminato, io l’ho fatto fruttare. Come a dire: ecco, questo è il frutto del nostro sogno condiviso.

“Ho chiamato questo vino Radici perché, dovunque tu sia nel mondo, hai sempre una connessione con il luogo da cui vieni, con i tuoi genitori, con ciò che ti ha fatto crescere”, spiega Lisette. Un concetto che è anche la filosofia produttiva della cantina: partire dalle radici — autoctone, territoriali, familiari — per poi trasformarsi, evolvere, diventare qualcosa di più. “Nel ristorante come in cantina dobbiamo sempre partire dalle radici per poi trasformarci”, aggiunge. “È l’evoluzione, il percorso che stiamo facendo per diventare quello che speriamo di essere un giorno”.

La Cantina LHV Avezza — una delle prime in Piemonte a produrre Alta Langa — è guidata con piglio e determinazione da Lisette insieme a un giovane staff d’eccellenza: gli enologi Gianmarco Mannoni e Filippo Genzano, dediti a barrique e rifermentazioni, l’agronomo Umberto Barisone che si prende cura delle vigne, e Giulia Cervetti e Vanessa Pratico che governano eventi e burocrazia con la stessa precisione che si riserva a un assemblaggio perfetto. Il nome LHV — le iniziali della famiglia Lyhus — è stato affiancato al marchio storico Avezza non per seppellirne la memoria, ma per prolungarne il racconto: un’evoluzione, appunto, non una rottura.

Ospitalità, cucina e vino: la stella polare del successo

Con oltre tredici ettari vitati — e altri in arrivo — la produzione attuale del gruppo LHV si attesta intorno alle ottantamila bottiglie, con una gamma che ruota principalmente attorno all’Alta Langa e al Nizza, coltivando per la quasi totalità vitigni autoctoni che hanno trovato da subito una risposta entusiasta sui mercati esteri, in particolare quelli del nord Europa. Un paradosso affascinante: è una norvegese che ha riscoperto il valore di ciò che gli italiani a volte danno per scontato.

Oggi il gruppo LHV è una realtà strutturata in cui ospitalità, cucina e vino convivono come parti di un unico racconto, come cépages diversi che danno vita a un blend irripetibile. Residenza San Vito, Ristorante La Camendra e Cantina LHV Avezza sono le tre stelle polari di una costellazione costruita anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia, mattone dopo mattone. E mentre si aspetta — con quella pazienza che solo chi lavora la terra sa davvero coltivare — l’eventuale riconoscimento di una stella che per ora rimane promessa nel futuro, c’è già una stella che brilla ogni sera senza bisogno di guide: quella che nasce dall’incontro di persone diverse che hanno scelto lo stesso orizzonte.

“Il Monferrato non era nella mia lista,” chiude Lisette con la leggerezza di chi ha imparato a fidarsi del caso. “Ma è diventato tutto ciò che cercavo senza saperlo. Questa è casa mia”. Una frase che vale più di qualunque etichetta.

IL PRANZO

RISTORANTE E CANTINA

LUOGHI E PERSONE

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