Al 142 Restaurant di Milano in scena la terza tappa del progetto “La Voce della Terra”: una serata con la cantina piemontese Isolabella della Croce, otto vini del Monferrato che accompagnano quattro portate frutto del talento dello chef Federico Zappalà, che ha fatto rinnamorare della buona tavola Sandra Ciciriello
di Massimo L. Andreis
In fondo a Corso Cristoforo Colombo, al numero 6 nel cuore del quartiere Navigli di Milano, c’è un luogo che sa stare nel mondo con rara eleganza. 142 Restaurant — il nome è l’indirizzo, con quella semplicità asciutta che già dice tutto — è un posto che esiste su due registri distinti eppure complementari: di giorno si trasforma in un Café Bistrot aperto dal martedì al sabato dalle 8 alle 16, di sera diventa un ristorante fine dining dove la cucina parla il linguaggio della materia prima trattata con tecnica e sensibilità. Un luogo, quattro momenti e due anime: questa la promessa del locale, e raramente una promessa è stata mantenuta con tanta coerenza.
Al centro di questa visione c’è Sandra Ciciriello (sotto a dx), patron e anima del 142, donna di gusto rigoroso e di curiosità insaziabile. Sandra ha costruito la carta dei vini come si costruisce una biblioteca personale: bottiglia per bottiglia, produttore per produttore, con la fiducia reciproca come filo conduttore. “Ogni bottiglia in carta è una storia condivisa“, racconta con quella naturalezza di chi ha trasformato una passione in metodo. “È il risultato di incontri veri, di stima per il lavoro altrui, di una passione che si rinnova a ogni conoscenza”.
Ed è proprio da questa filosofia che nascono le serate “Cantine d’Italia”: un ciclo di appuntamenti pensati per portare a tavola non solo il vino ma il suo racconto, il territorio che lo genera, le persone che lo producono. Il 142 non è solo un ristorante: è un palcoscenico sensoriale dove cucina e vino dialogano da pari a pari.

La terza serata: La Voce della Terra
Giovedì 26 febbraio si è tenuta la terza serata del ciclo, intitolata “La Voce della Terra” — un titolo che non è una metafora decorativa ma una dichiarazione di poetica. Protagonista dell’appuntamento la cantina Isolabella della Croce, eccellenza piemontese dell’Alta Langa Astigiana capace di interpretare con eleganza e identità le sfumature delle sue colline. Il programma prevedeva un calice di benvenuto con finger food alle 19.30, seguito dalla presentazione della cantina da parte dei proprietari, tre portate e il dolce abbinate a otto vini selezionati, con il racconto di Sandra e dello chef Federico Zappalà (sopra a sin.).
“Sono davvero fiera, orgogliosa e contenta di avere qui un grande della cultura piemontese, ma non solo, anche italiana”, ha detto Sandra aprendo la serata, con quella franchezza diretta che è la sua firma. “Stasera iniziamo un nuovo viaggio“, ha aggiunto, “pensato per essere vissuto con tempo e attenzione. Voglio che ogni ospite senta la differenza tra bere un vino e capirlo“. Un invito quasi meditativo, in un’epoca in cui tutto corre troppo in fretta.
L’atmosfera era quella delle serate riuscite: le luci soffuse del locale, i tavoli apparecchiati con cura, i calici schierati in attesa. Come attori prima del sipario, i vini erano lì, pronti a raccontarsi. Sandra e Federico, che, come ha confessato la grande ristoratrice di origine campana, “mi ha fatto rinnamorare della buona tavola”, hanno guidato gli ospiti con la naturalezza di chi conosce bene il copione ma lo recita come se fosse la prima volta. Il risultato? Strepitoso.


Federico Zappalà: il piacere (e l’umiltà) del lavoro a 4 mani
Chef Federico Zappalà è la nuova anima culinaria del 142, e il suo approccio alla cucina rispecchia in pieno la filosofia del locale: tecnica precisa, ingredienti ricercati, composizioni che sorprendono senza sgomitare. Per la serata “La Voce della Terra” Federico ha costruito un menu ad hoc di quattro portate in dialogo con otto vini selezionati, con la logica di un musicista che compone variazioni su un tema dato. “Mi piace imparare e collaborare in queste serate“, ha spiegato il giovanissimo chef con una umiltà che ha fatto il paio con il suo evidente talento, “perché per una volta abbiamo la possibilità di fare un lavoro a quattro mani: è Sandra che mi indica il vino e poi cerchiamo di arrivare a un piatto restando dentro il nostro repertorio. È un grande piacere lavorare così“.


Ad aprire la serata, i finger food di benvenuto abbinati all’Alta Langa D.O.C.G. Ginevra — le bollicine di montagna come primo approccio al territorio, fresche e invitanti quanto un saluto ben calibrato. Il primo piatto vero e proprio è stata una tartare di manzo, nocciole e topinambur: un gioco di consistenze e sapori terragni che Federico ha pensato per dialogare con due annate a confronto del Chardonnay Solum, la 2021 e la 2019, quasi una conversazione tra il vino giovane e la sua versione più matura.

Il cuore della serata è stato il risotto al Casera, caramello di mele e polline — uno di quei piatti che sembrano semplici e nascondono invece una stratificazione di pensiero: il Casera fondente, il caramello che porta dolcezza e acidità insieme, il polline a chiudere con una nota selvatica e floreale. Abbinamento ardito e riuscito con il Pinot Nero Bricco del Falco, nelle annate 2021 e 2017 a confronto. Come il risotto, il Bricco del Falco è un vino che si rivela lentamente, strato dopo strato.

La faraona latte e miele con insalata di erbe spontanee ha chiuso il percorso salato con eleganza rurale, in abbinamento al Nizza D.O.C.G. Augusta in due annate storiche, 2018 e 2016: la Barbera dell’Astigiano nella sua versione più nobile, strutturata e longeva, trovava nel selvatico delle erbe e nella morbidezza del latte il suo contrappunto ideale. A suggellare la serata, il dessert cioccolato, zucca e mandarino — una triade che gioca su amaro, dolce e agrumato — abbinato al Vermouth Bianco e Rosso di casa Isolabella: chiusura a sorpresa, quasi un coup de théâtre, che ha trasformato il digestivo in protagonista.

Isolabella della Croce: quando Milano incontra il Monferrato
Ci sono storie di vino che nascono dalla terra e storie che nascono da un sogno. Quella di Isolabella della Croce è entrambe le cose insieme. Tutto comincia nel 2001, quando l’avvocato Lodovico Isolabella della Croce, noto penalista milanese, acquista terreni a Loazzolo, paesino dell’astigiano incastonato in un anfiteatro naturale a oltre 500 metri di quota, sede della più piccola DOC d’Italia. Dopo una brillante carriera legale, Lodovico sceglie la vigna. Un gesto di libertà, e anche di visione.
Oggi la tenuta è guidata con slancio dai figli Luigi e Francesco, con il supporto tecnico dell’enologo Andrea Elegir — figura chiave, innovatore nel rispetto della tradizione — e del fratello Luca Elegir, ingegnere meccanico inventore del sistema Vinooxygen, brevettato per vinificare senza travasi né filtrazioni, garantendo aromi più intensi e minore uso di anidride solforosa. Quindici ettari di vigneti totali, undici coltivati a vite, affacciati su boschi che li custodiscono come guardie silenziose su pendenze ripide e soleggiate.
Luigi Isolabella della Croce (foro sotto), di origine milanese, porta con sé quella sensibilità particolare di chi conosce due mondi opposti e sa tenerli in equilibrio. “Un viticoltore ha il privilegio di pensare alla terra, di pensare solo alla terra“, riflette con una lucidità quasi filosofica. “Uno che vive a Milano pensa alla terra in via ideale. E questo è fondamentale: la terra ha bisogno di qualcuno che abbia in mente la sua dimensione ideale”. Il milanese che arriva in Alta Langa ha uno shock emotivo, continua Luigi: “Si trova in un ambiente completamente diverso e percepisce qualcosa che in città si è perduto. La terra apparentemente è forte, perché per produrre il vino bisogna fare sforzi enormi. Ma è anche debolissima, perché si offende subito”.
Una riflessione che suona come un manifesto: “La cosa fondamentale, primaria, è l’integrità del vino. È il primo oggetto della nostra ricerca“. Non la potenza, non la struttura, non il punteggio: l’integrità. Quella qualità sottile che distingue un vino vivo da uno semplicemente corretto.

Loazzolo: la piccola DOC per intenditori
Il territorio di Loazzolo è una di quelle rarità geografiche che sembrano fatte apposta per smentire i luoghi comuni sulla viticultura italiana. La DOC Loazzolo, riconosciuta nel 1992, è la più piccola d’Italia: appena tre ettari coltivabili, suddivisi tra otto produttori. Il suo vino emblema è un dolce da uve Moscato Bianco appassite — eventualmente attaccate dalla muffa nobile — che nasce solo ed esclusivamente nel comune di Loazzolo. Un’unicità assoluta nel panorama enologico italiano.
Ma il microcosmo di Isolabella della Croce va ben oltre il Loazzolo Doc. Sui pendii scoscesi dell’anfiteatro astigiano, a oltre 500 metri di altitudine, crescono Pinot Nero, Chardonnay, Sauvignon Blanc, Barbera, Nebbiolo, Riesling, Moscato Bianco e Brachetto. Un catalogo varietale sorprendente, che riflette la curiosità intellettuale di chi ha scelto questo territorio non per abitudine ma per convinzione.
Le condizioni pedoclimatiche di Loazzolo — microclima fresco, escursioni termiche marcate, suoli marnoso-calcarei — si rivelano particolarmente vocate per il Pinot Nero, vitigno capriccioso che ama il freddo e la lentezza. Il Bricco del Falco, Pinot Nero storico della tenuta, nasce dall’assemblaggio di uve provenienti da tre vigne — Vigna Vecchia, La Vela e Mongardino — con esposizioni e cloni differenti che si completano a vicenda. Il Gambero Rosso lo ha descritto come “raffinato ed elegante”, con “grande equilibrio gusto-olfattivo, note di spezie assieme a rosa e frutta rossa”. Una bevuta per intenditori, appunto.



Il vermouth di Egidio: una storia di tre nonni
Tra i protagonisti della serata al 142, uno ha rubato la scena con la sua storia lunga centocinquant’anni. Il Vermouth Bianco High Life di Isolabella della Croce non è un prodotto di moda né un esperimento: è l’erede diretto di una ricetta di famiglia che risale al 1870, quando il trisnonno Egidio Isolabella arrivò a Milano con i suoi segreti di erbe e spezie. “Il mio trisnonno Egidio conosceva i segreti e le capacità medicinali delle erbe”, racconta Luigi, “perché la sua famiglia le importava. Produceva un vermouth bianco utilizzando Moscato, sua grande passione. Quella ricetta è sopravvissuta a tre generazioni“.
L’etichetta del vermouth — una bottiglia da mezzo litro — porta ancora il disegno originale firmato da Marcello Dudovich, celebre pittore e pubblicitario italiano. La formula delle erbe aromatiche e spezie richiama quella originaria, con l’unica variante del tenore alcolico abbassato a 15 gradi per renderlo più contemporaneo. Sandra Ciciriello ricorda la prima volta che lo assaggiò: “Me lo aveva portato Luigi quando è venuto a trovarci. L’abbiamo messo in frigorifero, poi aperto per assaggiarlo, e siamo rimasti senza parole. Dolce, elegante, incredibilmente raffinato. Uno di quei prodotti che sembrano impossibili finché non li assaggi”.

Il vermouth ha fatto il giro dei tavoli quella sera come una rivelazione sussurrata: profumo intenso con scorze d’arancio, bocca ricca e amaricante, finale secco e lungo. Non un semplice aperitivo: un archivio aromatico familiare, distillato nei decenni e offerto adesso ai palati contemporanei come si offre una lettera trovata in un cassetto.
Otto vini per un racconto (piemontese)
La selezione di otto vini costruita per la serata al 142 è stata pensata come un percorso narrativo attraverso le anime di Isolabella della Croce. Dai bianchi d’alta collina ai rossi strutturati, dal Moscato al vermouth: un itinerario che ha raccontato la diversità di un territorio in un solo colpo d’occhio.
Tra i bianchi, il Sauvignon Blanc Piemonte DOC — coltivato a oltre 500 metri e vinificato con il sistema Vinooxygen — ha mostrato tutta la sua freschezza minerale, con bouquet elegante di agrume giallo, fiori bianchi e frutta esotica. Il Chardonnay Solum, affinato in barrique per dieci mesi con sei mesi di bâtonnage, ha invece espresso quella tensione tra legno e frutto che è la firma del vino di montagna. I vini bianchi di Loazzolo, ha spiegato Luigi, “devono essere figli del terroir, freschi, fini, eleganti”: e lo sono, senza retorica.



Il Bricco del Falco Pinot Nero ha rappresentato il momento più atteso: complesso, stratificato, con quella profondità che il clone borgognone très fin — impiantato nel vigneto La Vela — riesce a esprimere a questa quota. Le spezie, la rosa, la frutta rossa: un quadro olfattivo che si apre lentamente, come un fiore in slow motion. E poi il Loazzolo DOC, il Moscato dolce da uve appassite, miele e zagara, con la sua nobiltà discreta di vino che sa di storia.
Una serata, un metodo, una visione
Ciò che rende le serate “Cantine d’Italia” al 142 qualcosa di più di una semplice cena è la coerenza della visione che le sorregge. Sandra Ciciriello non organizza eventi: costruisce esperienze. E lo fa partendo da un principio semplice quanto raro — la fiducia nei produttori. “La nostra carta dei vini riflette la mia identità e il mio legame autentico con il mondo del vino”, dice Sandra. “Una selezione costruita nel tempo attraverso la conoscenza diretta dei produttori. Ogni bottiglia è una storia condivisa, un gesto di relazione e di rispetto”.
In questo senso, la serata con Isolabella della Croce è stata la dimostrazione plastica di quella filosofia. Luigi Isolabella ha parlato della terra con l’urgenza di chi sa che qualcosa di prezioso rischia di andare perduto: “I produttori, come tutti i contadini, vanno salvaguardati. Quando non ci saranno più loro, sarà un danno per tutti”. Parole che Sandra ha fatto sue, con quella vigorosità diretta che la contraddistingue: “Un applauso a chi ha il privilegio — e la responsabilità — di pensare alla terra. Ogni giorno”.
E Federico Zappalà, nel suo angolo di cucina, ha tradotto tutto questo in piatti. Come un interprete che conosce due lingue e sa tenerle insieme senza confonderle. Il vino ha trovato il suo cibo, il cibo ha trovato il suo vino. Milano e il Monferrato, distanti un’ora e mezza di strada e un universo di paesaggio, si sono ritrovati nella stessa tavola, nello stesso calice, nella stessa sera.










