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Gli umanoidi escono dai laboratori e conquistano hotel, ristoranti e piattaforme logistiche. Un cambiamento epocale che ridisegna il lavoro, l’accoglienza e la catena della distribuzione alimentare. L’Italia, con i suoi 8.783 robot industriali installati nel 2024, è seconda in Europa e vuole fare la sua parte

di M.L.Andreis

C’è un ristorante a Zagabria, il Bots&Pots, che propone 70 piatti diversi senza che una mano umana li abbia preparati o serviti. Non è un esperimento da laboratorio, non è un’installazione artistica: è un locale aperto al pubblico, con clienti che tornano. Nessuno si stupisce più di tanto, o almeno non abbastanza. Eppure, quello che sta accadendo nella ristorazione e nell’ospitalità mondiale è di una portata che fatica ancora a essere percepita nella sua vera dimensione: i robot stanno entrando nella sala da pranzo, nella cucina, nel bancone del bar, nel magazzino del supermercato. Ci entrano in silenzio, senza fare annunci, con la stessa discrezione con cui, qualche anno fa, le casse self-service hanno colonizzato i supermercati italiani senza che nessuno li avesse davvero invitati.

Il cameriere (che) non si ammala mai

Il mercato globale dei robot umanoidi ha già superato i 2,7 miliardi di euro nel 2025, e le proiezioni parlano di 70 miliardi entro il 2035, con un tasso di crescita annuo del 38%. Numeri che farebbero impallidire qualsiasi altro settore industriale. Ma dietro i numeri c’è qualcosa di più concreto e quotidiano: un robot che porta il piatto al tavolo 14, un umanoide che fa il check-in all’hotel, un sistema autonomo che alle tre di notte rifornisce gli scaffali di un hub logistico. Una rivoluzione che si misura in piatti serviti, errori evitati, turni notturni coperti senza mettere a rischio la salute di nessun lavoratore in carne e ossa.
La geografia di questa rivoluzione è illuminante. I Paesi che hanno adottato robot nella ristorazione e nell’hotellerie con maggiore velocità sono Giappone, Cina, Corea del Sud e, a sorpresa, alcune catene alberghiere degli Stati Uniti. Nel Paese del Sol Levante in particolare, robot camerieri circolano tra i tavoli di centinaia di ristoranti da quasi un decennio, con un’accettazione sociale che in Europa sarebbe impensabile — per ora. Negli Usa, catene di fast food come White Castle hanno sperimentato Flippy, il braccio robotico sviluppato da Miso Robotics, capace di friggere, grigliare e impiattare rispettando le specifiche di ogni ricetta con una precisione millimetrica e senza mai risentire della stanchezza da picco orario.
Nel settore alberghiero, robot come Pepper di Softbank sono stati adottati da strutture internazionali come il Courtyard Marriott di Anaheim e il Mandarin Oriental di Las Vegas per accogliere gli ospiti, assistere nel check-in e fornire informazioni multilingue Non sostituti del personale, ma amplificatori dell’esperienza: qualcosa che cattura l’attenzione, genera stupore, abbassa i tempi di attesa nelle operazioni ripetitive e libera le persone per quello che le persone sanno fare meglio — relazionarsi, risolvere l’inatteso, creare l’atmosfera.

Davide Passoni

Italia, robot(ica) da podio

In Italia, il terreno è stato preparato con pazienza. Con 8.783 nuovi robot industriali installati nel 2024 e una densità di 228 robot ogni 10.000 dipendenti manifatturieri — secondo il World Robotics Report 2025 della International Federation of Robotics — il Belpaese si colloca al secondo posto in Europa per installazioni robotizzate. Una tradizione meccatronica senza eguali, una filiera manifatturiera che ha sempre saputo integrare tecnologia e artigianalità, e ora una nuova frontiera: quella dei robot che si muovono, interagiscono, imparano.
È in questo contesto che si inserisce l’operazione di SIR Robotics, system integrator modenese con 40 anni di storia alle spalle, fondato da Luciano Passoni nel 1984 e oggi guidato dal figlio Davide. Attraverso la partnership con Agibot — società cinese all’avanguardia nella produzione di umanoidi — l’azienda ha portato in Italia una gamma completa di robot operativi, lanciata ufficialmente a Milano. Non prototipi, non dimostrazioni: soluzioni immediatamente deployabili, configurate su misura per ogni settore.

F&b & dintorni: a ciascuno il suo

Il contesto food and beverage è forse quello in cui l’impatto dei robot umanoidi risulta più visibile — e più divisivo. La domanda che rimbalza nei convegni di settore è sempre la stessa: il cliente accetta di essere servito da una macchina? La risposta, come sempre, dipende da cosa si intende per “servito” e da quale tipo di locale si sta parlando.
Dal robot chef Flippy, che frigge patatine e hamburger, ai camerieri robotici in Giappone e Cina, passando per i sistemi autonomi di consegna di cibo, l’uso di robot nel settore della ristorazione è già una realtà impressionante. Ma è nelle strutture di fascia media-alta, dove il volume è elevato e la componente esperienziale è forte, che gli umanoidi trovano la loro dimensione più interessante: non sostituiscono lo chef o il sommelier, ma si occupano delle operazioni ad alta frequenza e basso valore aggiunto — portare i piatti, rifornire il buffet, riordinare il carrello delle bevande, gestire le richieste standard degli ospiti.
Bracci robotici già oggi operativi in alcune strutture sono in grado di eseguire operazioni come friggere, cuocere alla griglia e persino preparare cocktail, permettendo ai ristoratori di concentrarsi sugli aspetti più creativi e personalizzati del servizio. Il bartender robotico non inventa il cocktail della stagione, ma prepara cinquanta Aperol Spritz in un’ora senza sbagliare le proporzioni, senza distrarsi, senza pause. In un hotel con 300 camere e un aperitivo affollato ogni sera, non è un dettaglio.
Nel mondo dell’accoglienza, l’A2 Ultra — uno degli umanoidi presentati da SIR — incarna perfettamente questa logica. Alto 170 centimetri, progettato per l’hospitality, scatta foto con gli ospiti, serve bevande e snack, naviga ambienti affollati con una disinvoltura che, a vederla, genera ancora un misto di stupore e curiosità. Negli hotel, negli aeroporti, nei centri commerciali, non è un sostituto: è un elemento di fascino che trasforma ogni interazione in un momento memorabile, un punto di differenziazione in un mercato dove l’esperienza è ormai la vera moneta.
Le cucine robotiche rappresentano una delle innovazioni più dirompenti del 2025, con sistemi automatizzati capaci di preparare piatti complessi mantenendo standard qualitativi costanti e riducendo drasticamente gli errori umani. E la coerenza — quella che i grandi brand della ristorazione inseguono con maniacale attenzione — è esattamente ciò che un robot sa garantire meglio di qualunque essere umano: lo stesso piatto, ogni volta, in ogni punto della rete.

L’umanoide che lavora di notte (senza extra…)

Se nella ristorazione e nell’hotellerie il robot umanoide è ancora in parte uno strumento di immagine, nella logistica è già una necessità operativa conclamata. I magazzini delle grandi catene della distribuzione alimentare funzionano su ritmi che il corpo umano fatica a sostenere: turni notturni, movimentazione continua, ambienti freddi o rumorosi, picchi stagionali imprevedibili. È esattamente qui che la robotica umanoide trova la sua applicazione più naturale e il suo ritorno sull’investimento più immediato.
OmniHand 2025, la mano robotica avanzata di SIR, è capace di eseguire operazioni complesse come avvitamento, sollevamento e manipolazione di oggetti delicati. Integrabile su bracci meccanici esistenti, si adatta a qualsiasi esigenza produttiva — dal biomedicale all’automotive, ma anche alla gestione di confezioni alimentari, vassoi, casse di prodotto. In un hub logistico che smista migliaia di referenze ogni notte, la flessibilità operativa di una mano robotica riconfigurabile vale molto più di un nastro trasportatore dedicato a un solo formato.
A sua volta, D1 Ultra, il robot quadrupede dalla silhouette che ricorda un cane, apre invece scenari inediti per la sicurezza dei magazzini e delle aree industriali: equipaggiato con sistemi di videosorveglianza intelligente e rilevamento anomalie in tempo reale, è capace di pattugliare ambienti vasti e discontinui — interni ed esterni — adattandosi a terreni irregolari e zone difficilmente accessibili. Per una piattaforma logistica che opera h24, la sorveglianza robotica notturna non è un lusso: è una risposta concreta a un problema reale di costi e continuità.
E non è tutto: la gestione intelligente degli inventari, che riduce gli sprechi alimentari fino al 20%, è già oggi una delle applicazioni più concrete dell’automazione nella filiera food. I robot non si limitano a movimentare le merci: le tracciano, ne verificano l’integrità, segnalano anomalie, aggiornano i sistemi in tempo reale. In una supply chain alimentare dove la scadenza è un parametro critico e lo spreco ha un costo economico e reputazionale enorme, avere un sistema che non dorme e non si distrae vale ogni investimento.

Un abito su misura: persone e macchine insieme

La narrazione dominante sulla robotica — quella che agita lo spettro della disoccupazione di massa — continua a fare meno i conti con i dati di quanto ci si aspetterebbe. La storia dell’automazione industriale è una storia di trasformazione del lavoro, non di sua eliminazione: ogni ondata tecnologica ha cancellato alcune mansioni e ne ha create altre, spesso più qualificate, spesso meglio remunerate.
I robot che servono nei ristoranti sono programmati per consegnare i piatti in sala con precisione millimetrica, aumentando la soddisfazione dei clienti e generando più recensioni positive, con conseguente aumento dei ricavi e maggiore possibilità di investire anche nell’assunzione di nuovo personale. Un ragionamento che ribalta la logica della sostituzione: il robot non toglie il lavoro al cameriere, ma genera le condizioni economiche per assumerne uno in più — o per pagare meglio quello già presente.
Questi sistemi non sostituiscono chef o camerieri, ma ottimizzano le operazioni di back-end e liberano risorse umane da dedicare a compiti di maggior valore e a contatto diretto con gli ospiti. È la stessa filosofia che Davide Passoni di SIR Robotics sintetizza con l’immagine della “paura del maniscalco”: quella resistenza ancestrale che ha sempre accompagnato ogni salto tecnologico e che la storia, sistematicamente, ha dimostrato essere infondata nelle sue premesse più catastrofiste.
Il vero cambio di paradigma è nel concetto di intelligenza distribuita e personalizzata: robot configurati su misura per ogni contesto, capaci di apprendere micro-compiti specifici attraverso sistemi di data factory proprietari, addestrabili sulle esigenze del singolo cliente. Non una tecnologia importata e subita, ma adottata, compresa, fatta propria. Come un abito su misura — la metafora cara alla tradizione emiliana — che si plasma sulla forma di chi lo indossa.



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