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Roma accoglie la prima sakaba italiana, il format giapponese che privilegia il bere accompagnato da piccoli piatti da condividere. Koji Nakai, chef di Kobe già noto nella Capitale, inaugura nel quartiere Della Vittoria un locale con bancone, cucina panasiatica e pairing ricercati. Prezzi accessibili, con pranzi intorno ai 15 euro che omaggiano gli Obanzai di Kyoto

Dal Sol Levante una nuova filosofia del bere. Come un haiku che distilla l’essenza in pochi versi, la sakaba sintetizza la cultura del bere giapponese in uno spazio intimo dove il bancone è palcoscenico e il cibo accompagna senza sovrastare. Roma abbraccia questo format con l’apertura, lo scorso 20 dicembre, di Ie Koji sakaba nel quartiere Della Vittoria, opera dello chef Koji Nakai e del socio Roberto Salvati. Un passaggio naturale dopo il successo dell’izakaya Ie Koji inaugurata a giugno 2024, che sposta il focus dal mangiare al bere, mantenendo intatta la qualità dell’esperienza culinaria.

Koji Nakai: da Kobe a Roma con tiramisù nel cuore

Nato a Kobe nel 1984, patria del manzo wagyu di qualità nella prefettura di Hyōgo, Nakai cresce col pallino della cucina italiana. Merito di una famiglia in stretto contatto col Paese per questioni di moda e commercio, e molto anche di scatole di cioccolatini oltre che del tiramisù, che all’epoca in Giappone non conosceva nessuno. La zia apre il primo locale italiano della città e lui fa esperienza anche in pizzeria, prima di decidere di trasferirsi e girare le cucine di Toscana, Friuli, Piemonte e infine Roma.

La sakaba: un rifugio urbano per spiriti curiosi

Nella Capitale, lo chef apre prima un’osteria regionale a Monteverde, alla quale fa seguito Nakai, un posto di sushi dalle insolite fusioni con ingredienti italiani. A giugno 2024 arriva Ie Koji, izakaya con cucina di casa, e sei mesi dopo l’ultima nata: la sakaba Ie Koji, traducibile come da Koji, nel quartiere Della Vittoria.

Nakai spiega che in Giappone la sakaba è il luogo dove si va prima di tutto per bere, un rifugio urbano in cui sake, birre, vini e distillati scandiscono il ritmo della serata. Poiché la cultura del pairing è importante anche a quelle latitudini, e anzi si concentra nello specifico sul legame tra bevanda e boccone degustati all’unisono, il cibo è comunque presente. Lo chef prosegue raccontando come il cibo accompagni, sorprenda, inviti a ordinare un’altra piccola cosa, senza menu lunghi e complessi ma con un’infilata di tapas che possono essere molto varie.

Design contemporaneo firmato da un’autrice premiata

Come nella precedente izakaya, l’allestimento della sakaba è pensato da Valeria Vecellio, designer premiata con un David di Donatello. Una visione che più che nostalgica e stereotipata vuole essere moderna, tra spazi diversi ma comunicanti e arredi contemporanei. Il primo approccio, proprio come nei locali giapponesi, è col bancone in legno che all’ingresso accoglie otto posti. Ci si accomoda di fronte allo chef, che da qui cura il comparto dei crudi in un gesto che rompe le distanze e riporta la cucina al centro della sala.

Trenta coperti e una cantina di decine di sake

Intorno al bancone si sviluppano tavolini alti o sedute normali per chi ha intenzione di trattenersi più a lungo, con un totale di 34 coperti ai quali si aggiungono altri posti nel dehors estivo. La cucina, come detto per questo filone, è piuttosto libera: non solo giapponese ma più largamente asiatica, con un menu di circa venti piatti disponibili anche in mezze porzioni. Uno sprone a ordinare e condividere, dopo aver scelto da una cantina di sake da decine di etichette curata col distributore specializzato Shibataya. Non solo: vini naturali, anche giapponesi, birre nipponiche e drink a base di distillati del Sol Levante completano l’offerta.

Tecnica giapponese e richiami internazionali

Nakai riassume la sua filosofia culinaria in poche parole: tecnica giapponese, richiami internazionali e incursioni in tutto il continente. Dei crudi si è detto, spalleggiati tra le cotture soprattutto da quella alla brace. Interessanti, e pressoché introvabili da queste parti, alcune voci del menu. Ad esempio l’Hakozushi, il sushi fatto alla maniera di Osaka, tradizionalmente pressato con ingredienti cotti e marinati compattati in una scatola di legno, l’oshibako.

Rarità culinarie dal Giappone profondo

Ancora, il Kasu Jiru, zuppa di pesce a base di sake kasu, ovvero la feccia del sake (20 euro), e l’Houbayaki, filetto di pesce cotto su foglia di magnolia a contatto con la griglia (22 euro). Si può prendere in considerazione anche la formula del pranzo, più rapida e quotidiana, ispirata agli Obanzai, la cucina casalinga di Kyoto fatta di piatti micro stagionali e di ingrediente. Il prezzo risulta davvero interessante: intorno ai 15 euro a persona.

L’informalità come nuova eleganza

In un panorama ristorativo che si muove per recepire richieste di informalità, pochi fronzoli e prezzi umani, la cucina internazionale nemmeno in Italia fa eccezioni. La Capitale si è già concentrata sul fenomeno delle izakaya giapponesi, corrispettivo delle osterie nostrane con cucina agile e atmosfera conviviale. Ora sembra essere il momento di qualcosa di più specifico: le sakaba, localini in cui ci si reca in primo luogo per bere al bancone, con soste accompagnate da piccoli piatti da condividere. Ie Koji sakaba rappresenta così un nuovo tassello nell’evoluzione della scena gastronomica romana, dove tradizione giapponese e contemporaneità si incontrano in un formato accessibile e autentico.

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