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Lo storico sushi bar milanese compie un trasloco simbolico: da via Eustachi 17 al civico 20, dove un tempo risiedeva il ristorante Shiro. Una migrazione breve ma significativa per Poporoya, pioniere della cucina giapponese in Italia dal 1977, che inaugura spazi più ampi mantenendo intatta l’anima che ne ha fatto un’istituzione. Al timone, Minoru Hirazawa e la figlia Mami, custodi di una tradizione che si perpetua

A volte basta attraversare una strada per aprire un nuovo capitolo. Poporoya, che in giapponese significa casa del popolo, compie questo gesto minimale ma denso di significato: lascia il civico 17 di via Eustachi per installarsi di fronte, al numero 20, dove già risiedeva il ristorante Shiro della medesima proprietà. Una sorta di ritorno a casa, un movimento circolare che non è rottura ma continuità, come spiega Mami Hirazawa: la tradizione si rinnova mantenendo intatta l’anima che ha reso questo luogo un punto di riferimento per quasi mezzo secolo.

Il maestro Shiro e la rivoluzione nipponica

Dietro questa insegna si cela la figura leggendaria di Minoru Hirazawa, conosciuto da tutti come il maestro Shiro, autentico pioniere della cucina giapponese in Italia. Nato nel 1946 nella provincia di Nagano, diplomato alla prestigiosa scuola di cucina Tsuji di Osaka, arriva in Italia quando la cucina nipponica è ancora un universo inesplorato per i palati occidentali. Prima Roma, poi Milano: dal 1977 Poporoya diventa l’avamposto del gusto che arriva dall’estremo oriente, educando generazioni di milanesi ai sapori di riso e pesce crudo, tempura e brodi fumanti.

A dx Minoru Hirazawa, meglio noto come maestro Shiro

Chirashi, il re della tradizione

Il piatto forte della casa resta il chirashi, uno dei più antichi della cultura giapponese: una sinfonia di riso e pesce crudo che rappresenta l’essenza stessa della cucina tradizionale. Ma il menu è un viaggio completo attraverso l’arcipelago nipponico: sushi e sashimi, naturalmente, ma anche tempura – quel fritto leggero come una nuvola –, zuppe con pasta udon, gli spaghetti grossi di farina di grano, e soba, i fini vermicelli di grano saraceno. E ancora tonkatsu, cotoletta fritta servita con cavolo cappuccio tritato e zuppa di miso, e yakitori, gli irresistibili spiedini di pollo.

Più spazio, stessa atmosfera familiare

Se il vecchio locale si distingueva per l’intimità quasi domestica, con pochi coperti e un’atmosfera raccolta, la nuova sede promette maggiore respiro senza sacrificare quella dimensione familiare che ha sempre caratterizzato l’insegna. Più grande, più capiente, ma fedele alla filosofia originaria: Poporoya resta un luogo aperto, genuino, dove la cucina giapponese più autentica continua a parlare la lingua della tradizione. Il 2026 si apre così con una promessa mantenuta: cambiare gli spazi senza toccare l’essenza, evolvere restando fedeli alle radici che affondano in quasi cinquant’anni di storia milanese.

Il custode della cultura nipponica

Minoru Hirazawa non è solo un ristoratore: è fondatore e presidente di AIRG, l’Associazione Italiana Ristoratori Giapponesi, che promuove l’autentica cucina nipponica nel nostro paese. Una missione culturale che va oltre il piatto, un impegno nella diffusione di una filosofia gastronomica che ha trasformato Milano in una delle capitali europee del sushi. Martedì sera la riapertura ha richiamato clienti affezionati, quelli che da decenni considerano Poporoya non solo un ristorante ma un presidio di autenticità, un’isola di Giappone nel cuore della metropoli lombarda.

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